DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)

domenica 22 aprile 2018

3) Stato-Mafia, la trattativa. La sentenza secondo Facci

“NON C'È PROVA DELLA TRATTATIVA STATO-MAFIA” - FILIPPO FACCI: “RESTA DUNQUE UNA ‘TRATTATIVA’ SENZA LOGICA MA SOPRATTUTTO SENZA UNA CARTA, UN DOCUMENTO O QUALSIASI ALTRA FONTE CHE NE ATTESTI L'ESISTENZA: LE ‘PROVE’ SONO TUTTE TESTIMONIANZE MOLTO TARDIVE DI MAFIOSI E DINTORNI, E LO SCAMBIO SAREBBE IL MANCATO RINNOVO DEI 41BIS DA PARTE DEL MINISTRO CONSO. LE TESI DELLA PROCURA SONO STATE SCONFESSATE 4 VOLTE. LA SENTENZA SARA’ ROVESCIATA IN APPELLO”.

Ritenta, sarai più fortunato. Già distrutto da quattro sentenze, l' impianto del processo «trattativa» ha trovato fortuna (diciamo) in un dispositivo incredibilmente scandaloso, soprattutto per i pochissimi che sanno davvero di che cosa stiamo parlando: ma, se questo è ancora un paese occidentale, il dispositivo non durerà, e verrà rovesciato in Appello e in Cassazione. Questo è pacifico: ma nella breve distanza, intanto, succede quel che succede.

La prima balla è che non si sapesse come sarebbe finita, anzi, che sia stata «una sentenza che pochi si aspettavano» come ha scritto ieri La Stampa, giornale che forse, con quel «pochi», si riferiva a chi seguiva ancora il processo e non l'avesse derubricato tra le follie siciliane di cui nessuno capisce niente - nè gl' importa - come pure, tra addetti ai lavori, si diceva capissero i giudici popolari. Ma i giudici popolari, si dice anche, non contano nulla, e infatti il vero protagonista resta lui, Alfredo Montaldo, il giudice del dibattimento su cui le difese riponevano poche speranze non solo per il comportamento in istruttoria, ma per via del curriculum.
È il giudice, tra l'altro, che nel 1995 tenne Calogero Mannino in carcere per una vita, e che, dopo che Mannino aveva perso 40 chili tra le sbarre, disse che era stata una sua scelta dietetica perché si nutriva solo di verdure. Mannino è stato assolto con rito abbreviato nel 2015: ma qui siamo al punto che a non contare nulla non sono solo i passati comportamenti dei giudici - questo è normale - ma neppure le chiare e inoppugnabili sentenze che già hanno spiegato che non ci fu nessuna «trattativa» tra Stato e mafia, in Italia.

Le sentenze precedenti, soprattutto quella del processo Mori-Obinu (mancata cattura di Provenzano) fu vergata dal giudice Mario Fontana e ha costituito un fantasma che tutti avvertivano ma che nessuno vedeva: forse per le motivazioni cristalline che fornì, forse per come distrusse la stessa parte di procura che oggi festeggia, forse perché chi si scagliò contro i tre giudici del processo Mori-Obinu - come Marco Travaglio - ne ricavò 150mila euro da dover risarcire.

I TESTI RESPINTI 
Non si sapeva come sarebbe finita - ora dicono - ma a parte che non è finita (i primi gradi, in Italia, sono fatti per essere rovesciati) c' era comunque la montagna di documenti della difesa che non erano stati accolti, soprattutto c' erano i testi respinti: compresi calibri come Ilda Boccassini, Giuseppe Ayala e Antonio Di Pietro.
Non si sapeva come sarebbe finita, ma la maniera in cui il gip Piergiorgio Morosini subentrò al gip Michele Alaimo fu colta come un segnale. Anche perché Morosini, poi passato al Csm, nel 2011 scrisse un libro («Attentato alla giustizia») in cui si citavano ampiamente «i recenti sviluppi sulla "trattativa" tra Stato e mafia che sarebbe sullo sfondo delle stragi del 1992 e 1993».

Poi ci sarebbe il citatissimo «mutato clima politico», ma queste son cose da dietrologi.
Una sorta di compiacimento neo-stagionale si coglie soprattutto dal modo in cui tanti giornalisti han scritto della sentenza, mentre per il resto è innegabile soltanto (soltanto?) che la sentenza influenza l' unica trattativa certa (quella per la formazione di un governo) e che la modifica è in chiave anti-Forza Italia: la quantità di scemenze dette nelle scorse ore evidenzia, per tornare a una battuta di Berlusconi, che Mediaset non ha abbastanza cessi per farli pulire a tutti i grillini che dovrebbero farlo.

Ecco, forse si può dire che non si sapeva che i giudici avrebbero aderito a tal punto con le richieste dell' accusa, consentendo ora il delirio dei riscrittori della storia d' Italia in chiave criminale. Più o meno così: le stragi dei corleonesi di Riina ebbero alcuni uomini delle istituzioni tra i complici del ricatto mafioso fatto allo Stato: da qui la condanna per «violenza e minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario», ciò che fece piegare un governo alle richieste di Cosa nostra. Politici e carabinieri avrebbero cioè offerto l' attenuazione del carcere duro per 300 mafiosi già in galera, ma la trattativa sarebbe proseguita anche dopo l' arresto di Riina (1993) e avrebbe portato altri benefici come il mancato arresto del successore di Riina, Bernardo Provenzano.

Nel dispositivo è nominato Berlusconi perchè legato a Marcello Dell'Utri, ritenuto una sorta di ambasciatore dell'ulteriore ricatto che dal 1994 avrebbe condizionato il primo governo Berlusconi. Nel dispositivo si dice che per fermare le stragi del 1992-93 ben tre governi della Repubblica accettarono di venire a patti con Cosa nostra. Ergo: 12 anni di condanna per gli ex generali Mario Mori e Antonio Subranni, altri 12 per Dell' Utri, otto per l' ex colonnello Giuseppe De Donno, 28 per il boss Leoluca Bagarella.

Assolto l'ex ministro Nicola Mancino, che ieri gongolava stucchevolmente come se al centro del processo ci fosse stato solo lui. Ci sono anche 8 anni per Massimo Ciancimino, testimone che cercò d' inguaiare l' ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Traduzione del Fatto Quotidiano e di Antonio Ingroia: la Seconda Repubblica è stata edificata nel sangue delle stragi e se questo teorema non verrà confermato (perché di teorema ideologico di tratta) significa che in futuro qualcuno condizionerà negativamente la magistratura.

IL PARADOSSO DI MORI
Soffermarsi sulle assurdità delle accuse e sul nonsense dell' intero processo necessiterebbe di qualche pagina, anche perché l' accusa ha atomizzato e parcellizzato l' istruttoria in rivoli che hanno fatto perdere la visione d' insieme. Tra i vari assurdi, spicca in particolare l' incredibile paradosso del generale Mario Mori (l' uomo che ha fatto fare a Riina 25 anni al 41bis) e che era già stato assolto per vicende ora rinverdite: la mancata cattura di Provenzano e la mancata perquisizione del covo di Riina.

Resta dunque una «trattativa» senza logica ma soprattutto senza una carta, un documento o qualsiasi altra fonte che ne attesti l' esistenza: le «prove» sono tutte testimonianze molto tardive di mafiosi e dintorni, e l' unica prova di scambio sarebbe il mancato rinnovo dei 41bis da parte del ministro Giovanni Conso, che però riguardò soltanto galeotti di secondo piano. Conso peraltro ha testimoniato che prese la sua decisione in solitudine e senza pressioni, come confermarono tutti i testi istituzionali: Violante, Martelli, Amato, Rognoni, Andò, Pomodoro, Contri, Ferraro, Gratteri, Savina e Principato.

Al giudice non è importato. Nelle sue motivazioni della sentenza sarà divertente leggere come verrà bypassata anche la tenuta logico-giuridica dell' imputazione (criticata dai massimi giuristi del Paese) e soprattutto l' esistenza del giudicato già formatosi nel citato processo-clone Mori-Obinu, oltre alla presenza di accusatori già condannati per calunnia. In termini di diritto (roba complicata) c' è poi da registrare l' assenza dell' elemento oggettivo e soggettivo delle condotte illecite (ossia la consapevolezza e la prova del fatto avvenuto) nonchè la presenza, nell' istruttoria di Nino Di Matteo, delle stesse «convergenza del molteplice» e «circolarità delle informazioni» che nel fallimentare processo su Via D' Amelio, quella sulla strage che uccise Paolo Borsellino, permisero al pm Nino Di Matteo di mandare in galera per 18 anni degli innocenti.

Un avvocato ha detto, rivolto alle telecamere: abbiamo perso questa battaglia, vinceremo la guerra. Speriamolo, altrimenti saremo davvero alla fantasia (mentale) al potere.

Filippo Facci
(Libero 22.4.18)


2) Stato-Mafia, la trattativa ...secondo il povero Ingroia

INGROIA QUESTO! - L’EX PM ESULTA PER LA SENTENZA SUL PROCESSO STATO-MAFIA: “LA SECONDA REPUBBLICA E’ STATA EDIFICATA SULLA TRATTATIVA CON ‘COSA NOSTRA’ - MASSIMO CIANCIMINO? GLI ITALIANI SONO IN DEBITO CON LUI - NEGLI SCORSI ANNI BERLUSCONI E NAPOLITANO HANNO LASCIATO LA LORO IMPRONTA IN UNA MAGISTRATURA SEMPRE PIÙ PRUDENTE… FAREI IL MINISTRO IN UN GOVERNO LEGA-M5S

Da "il Fatto Quotidiano":
"I pilastri della Seconda Repubblica sono costruiti nel sangue delle stragi del 1992 e 1993: è accertato". Brinda l' avvocato Antonio Ingroia, l' ex pm del processo durato cinque anni: "La trattativa tra Stato e Cosa nostra non è più presunta".

Dell'Utri era il tramite, secondo la sentenza, tra i boss e il primo governo Berlusconi. Si scrive Dell'Utri e si legge Silvio Berlusconi?
È una sentenza storica. Convalida anche la mia ricostruzione nel processo Dell' Utri, dove l'ex senatore è stato condannato come mediatore tra la mafia e l'imprenditore Berlusconi per i fatti precedenti alla nascita di Forza Italia. Adesso il cerchio si è chiuso. La condanna penale di Dell' Utri diventa condanna etico-politica per Berlusconi […]

La Seconda è stata una Repubblica eversiva?
La Seconda Repubblica è stata edificata sulla Trattativa dello Stato con Cosa nostra.

Massimo Ciancimino: condannato a otto anni per calunnia, ma assolto dall'accusa di concorso esterno. Un cattivo o un buono?
Gli italiani sono in debito con questo signore […]

[…] È il primo grado, però. Pronostici per l'appello?
Dipende da cosa accadrà nel nostro Paese.

Che cosa intende dire?
Il clima politico crea un condizionamento nella magistratura.

Allora è successo anche per questa sentenza?
[…] Negli scorsi anni soprattutto Berlusconi e Giorgio Napolitano hanno lasciato la loro impronta in una magistratura sempre più prudente.

[…] Questa sentenza è un assist per Salvini? Per mollare Silvio Berlusconi e fare il governo con Luigi Di Maio?
Salvini dovrebbe avere gli occhi foderati di prosciutto per ignorare il verdetto.

Farebbe il ministro in un governo M5S-Lega?
Se fossero garantite le condizioni per una politica coraggiosa della giustizia sì.
[…].

----------------------------------------
E così, il guatemalteco farebbe volentieri il ministro... ; ma suvvia, Ingroia, un minimo di pudore!

Chi mai lo vuole ancora, questo personaggio ???

sabato 21 aprile 2018

1) Stato-Mafia: trattativa c'era. ...Ci sarà anche in Appello??

                              Così titola il Fatto.


--------------------------------------------------------------
        
Questo, invece, scrive il Foglio:


Sentenza grillina sulla Trattativa

La Corte d’assise di Palermo condanna Mori, Subranni e Dell’Utri e apre una nuova stagione di assedio giudiziario contro il Cav. Le sentenze ignorate, il mistero del pataccaro Ciancimino, il trionfo del circo mediatico, i populismo dei giudici popolari

20 Aprile 2018 alle 21:04

Chapeau. Il galateo istituzionale insegna che di fronte a una sentenza emessa in nome del popolo italiano non c’è altro da fare che scappellarsi. Dopo cinque anni di discussioni e di polemiche la Corte di assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, ha stabilito che negli anni delle stragi di mafia, alcuni funzionari dello Stato scesero a patti con i boss di Cosa nostra. Magari con la migliore intenzione, che poi era quella di fermare il fiume di sangue. Ma la trattativa ci fu. Ed è bastata questa convinzione per spingere i giudici togati e i giudici popolari a distribuire condanne pesantissime a tutti gli imputati. A cominciare dai due generali dei carabinieri, Mario Mori e Antonio Subranni, che tra il 1992 e il 1994 si trovarono nell’inferno di Palermo e, da bravi investigatori, attivarono tutti i mezzi per contrastare il disegno eversivo di Totò Riina e dei sanguinari corleonesi. La sentenza non gli riconosce una sola attenuante e li condanna a dodici anni di carcere.
  
Prima di restare impigliati nel processo istruito dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e sostenuto in aula con particolare forza dal pubblico ministero Antonino Di Matteo, i due alti ufficiali dell’Arma erano addirittura convinti di dovere ricevere prima o poi una medaglia a nome di tutti gli italiani: perché erano riusciti a fermare la strategia delle bombe; e perché avevano arrestato e sepolto nel carcere duro Totò Riina, il capo dei capi. Invece sono stati costretti per oltre dieci anni a salire e scendere le scale dei tribunali. E pur avendo collezionato assoluzioni nei processi specifici – a cominciare da quello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, il boss che secondo il teorema della trattativa avrebbe tradito il capo dei capi, consegnandolo agli sbirri – si sono ritrovati oggi nell’aula bunker del Pagliarelli sotto il maglio impietoso di una condanna difficilmente sopportabile. Ovviamente, i loro avvocati presenteranno appello. Ma ci vorranno almeno altri due o tre anni prima che si possa arrivare a una sentenza di secondo grado. Intanto il calvario si allunga: da qui al 2021, se tutto filerà liscio, avranno collezionato quindici anni di sofferenze, di sospetti, di gogna, di disperazione di morte civile. Né Mori né Subranni sono più dei giovanotti. E quando si è vecchi, annotava Luis de Góngora, “ogni caduta è un precipizio”.
  
Farà i conti con la propria età e con una giustizia senza fine anche Marcello Dell’Utri, l’ex braccio destro di Silvio Berlusconi, in carcere già da quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i giudici di Palermo ha avuto anche lui un ruolo nella Trattativa e ai sette anni precedenti, quelli inflitti per concorso esterno, andranno cumulati altri dodici anni. Fine pena mai.
   
In fondo è andata meglio ai mafiosi. Leoluca Bagarella, cognato di Riina, sulle cui spalle gravavano già una decina di ergastoli, aggiunge al suo casellario giudiziario un’ulteriore condanna a ventotto anni. Ma il pluriassassino Giovanni Brusca, l’uomo che nel maggio del ’92, premette il telecomando e fece saltare in aria a Capaci il giudice Giovanni Falcone, se l’è cavata alla grande: il reato gli è stato prescritto, forse in virtù del fatto che da quando è stato catturato – con grande clamore e giubilo delle forze dell’ordine – lui ha molto opportunamente abbracciato la professione di “pentito” con un programma a maglie larghe che gli ha consentito anche di godersi un po’ di bella vita.
  
Ma la sorpresa più clamorosa sta nella condanna inferta a Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, e testimone centrale di tutta la trama accusatoria. Al giovane Massimuccio – già in carcere pure lui per altre ribalderie consumate mentre Ingroia lo elevava al rango di “icona dell’antimafia” e il fratello di Paolo Borsellino lo abbracciava e lo baciava nelle pubbliche manifestazioni – la Corte d’assise ha riconosciuto il ruolo di pataccaro: difatti lo ha condannato a otto anni per le calunnie rivolte all’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro e non per concorso esterno in associazione mafiosa. Dimenticando, probabilmente, un dettaglio: che Massimo Ciancimino era il teste chiave di questo processo. Anzi. Questo processo non si sarebbe potuto imbastire senza le sue clamorose “rivelazioni”. Lui, furbissimo, si era trasformato nel ventriloquo di suo padre e in quanto tale raccontava non solo a Ingroia ma anche a tutti i giornalisti che lo intervistavano gli incontri che il vecchio Don Vito, corleonese e amico di Riina e Provenzano, aveva avuto non solo con il generale Mario Mori, ma anche con il capitano Giuseppe De Donno, anch’egli processato e condannato a otto anni di carcere.
  
Come si dice in questi casi, per chiarire un dubbio bisognerà doverosamente aspettare le motivazioni della sentenza. Intanto però il dubbio resta in piedi: se il principale teste è un pataccaro, su quali elementi i giudici hanno costruito le granitiche certezze che li hanno spinti a formulare condanne così gravi e ferrose?
  
Ciancimino – giudiziariamente parlando, per carità – era stato fatto a pezzi già nel novembre del 2015 dal giudice Marina Petruzzella che con rito abbreviato aveva giudicato e assolto l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, imputato nella trattativa alla stregua di Mori, di Subranni e di Dell’Utri.  
  
Le sue dichiarazioni, stando alla valutazioni di Marina Petruzzella, erano da considerare “contraddittorie, confuse, divagatorie e incoerenti”. Eppure quelle dichiarazioni hanno trovato spazio e accoglimento nel maxi processo concluso oggi con sette durissime condanne. (L’unica assoluzione è stata quella dell’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza). Come mai?
  
La credibilità assegnata dalla Corte al pataccaro Ciancimino non è tuttavia l’unico mistero che i giudici dovranno chiarire nel momento in cui si siederanno a un tavolo per scrivere le motivazioni. Bisognerà capire anche per quali ragioni siano stati ignorati i verdetti delle precedenti assoluzioni. Secondo l’impostazione originaria data da Antonio Ingroia la presunta Trattativa tra i boss e alcuni settori, ovviamente deviati, dello Stato si basava su alcuni riscontri, su alcuni fatti strani e inquietanti: primo, Mori e i suoi carabinieri avevano tutti gli elementi in mano per catturare Bernardo Provenzano, il numero di due di Riina, ma non lo hanno fatto per avere in cambio la “soffiata” che li avrebbe portati alla cattura del mammasantissima; secondo, sempre Mori e i suoi carabinieri, dopo avere ammanettato Riina, avrebbero dovuto immediatamente perquisire il covo di via Bernini dove il capo dei capi aveva vissuto la latitanza, ma non lo hanno fatto per consentire ai più stretti complici del boss, come Leoluca Bagarella, di fare sparire tutte le carte, soprattutto quelle che avrebbero potuto portare le indagini ai santi protettori, anche politici, della mafia. Ma questi riscontri, chiamiamoli così, erano stati polverizzati da due sentenze di assoluzione pronunciate dai tribunali chiamati a giudicare, per quei reati, sia Mori che De Donno.
  
Con quale criterio la Corte d’assise li ripesca e li fa propri? Quali solidi argomenti, insomma, hanno spinto il collegio presieduto da Alfredo Montalto a ignorare la sentenza di Marina Petruzzella e i due verdetti dei tribunali che non hanno trovato macchia nel comportamento dei carabinieri?
  
Probabilmente – e non sarebbe il primo caso – una spiegazione andrebbe ricercata nel fatto che, nelle Corti d’assise, un peso non indifferente viene assegnato ai giudici popolari. I quali, per definizione, risentono maggiormente degli umori che pervadono la comunità. Il giudice togato ha un distacco professionale, ha una “terzietà” costruita con i propri studi e lungo la propria carriera. I giudici popolari, no. Hanno assistito e probabilmente assimilato un processo mediatico durato quasi dieci anni. Ricordate Ingroia che, pur di collegarsi con tutti i talk-show e predicare le sue verità sulla trattativa se n’era persino andato in Guatemala? E ricordate Massimo Ciancimino che parlava in nome del padre e denunciava le più improbabili nefandezze di uomini, come Mori o De Gennaro, che invece avevano rischiato la vita pur di arginare la litania dei massacri testardamente voluta da Totò “u’ curtu”, da Bagarella, da Brusca e dagli altri scellerati corleonesi? E ricordate quanti altri giudici e quanti giornalisti si erano accodati al populismo facile della tesi secondo la quale Berlusconi, tramite Dell’Utri, palermitano e amico del boss Antonino Cinà, era sceso a patti con la mafia? E ricordate i riconoscimenti e le cittadinanze onorarie che i magistrati della Trattativa, primo fra tutti Nino Di Matteo, andavano raccogliendo nei comuni piccoli e grandi d’Italia per il semplice fatto di credere nelle accuse che Ingroia e Ciancimino avevano costruito e che altri tribunali avevano invece demolito? 
  
Comizi, conferenze, riconoscimenti, associazioni adoranti – come Agende rosse, come Scorta civica – avevano trasformato i pubblici ministeri di questo processo in eroi, in campioni buoni per le piazze soprattutto grilline. E non è certamente un caso che proprio Di Matteo fosse stato indicato da Beppe Grillo come probabile ministro di un eventuale governo a cinque stelle. Potevano i giudici popolari girarsi dall’altra parte?
  
Oggi, dopo la lettura della sentenza il pm Di Matteo si è presa la sua legittima soddisfazione. “Nella nostra impostazione accusatoria, che ha retto completamente, si sostiene che Dell’Utri sia stato la cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e il governo Berlusconi”, ha detto. E così dicendo ha sollevato un altro dubbio. Nella sentenza che quattro anni fa ha spedito in carcere l’ex senatore per concorso esterno era scritto e stabilito che l’imputato aveva mantenuto rapporti con i boss fino al 1992. La sentenza smentisce questo assioma, verificato persino dalla Cassazione, e sostiene che Dell’Utri entra in gioco nel ’93 e continua a mafiare tranquillamente fino al ’94 quando Berlusconi è già a Palazzo Chigi. Su quali prove?

Lo diranno, se sapranno dirlo, le motivazioni. Intanto la squadra che fa capo a Di Matteo prepara una nuova stagione giudiziaria. 
----------------------------------------------------
MAH...; e poi cosa succederà in Appello???

mercoledì 7 marzo 2018

M5s con la laurea


Il M5s è il partito più votato dai laureati. Sorpresi?

Negli ultimi anni in Italia la laurea ha subito un progressivo svilimento dei contenuti a fronte di un’esagerazione di formalismi

giovedì 15 febbraio 2018

Il collasso slow motion di M5S (di Lucia Annunziata)- HUFFPOST

Il collasso slow motion di M5S

Quello dei mancati rimborsi è un fallimento di leadership. E non solo di Di Maio. Il consenso, come le azioni per Cuccia, si pesa e non si conta.


L'incapacità di Di Maio non ha a che fare con i congiuntivi – peccato veniale in questo paese - ma con il suo fallimento nel trasformare il sistema Cinquestelle in una vera organizzazione, capace di mettere in piedi un meccanismo efficiente di selezione della classe dirigente. Il risultato è il collasso slow motion a cui assistiamo in questi giorni.
Di questo si tratta quando si discute di rimborsi.
Per evitare di assumersene responsabilità Di Maio ha scelto prima la strada banale delle "mele marce" (come sempre tutti i politici), poi quella dell' "eccesso di fiducia nell'animo umano" – scomodando, chissà se consapevolmente, quel Rousseau che ha battezzato la piattaforma, nell'ennesimo uso a sproposito delle molte eco della rivoluzione franceseche vivono sotto pelle del movimento. Ma la responsabilità della vicenda scontrini rimane sulle sue spalle per la semplice ragione che tutto è sempre responsabilità del leader. Almeno nel senso politico.
La vicenda scontrini riguarda infatti di sicuro l'onestà individuale, ma dietro l'imbroglietto spunta una voragine organizzativa i cui segni da tempo tormentano l'ascesa dei Cinquestelle, e l'ascesa di Di Maio a suo leader.
Questa voragine non si è aperta con la scalata di Di Maio. È iniziata con alcune crepe, di cui la più importante è stata il trattamento del dissenso interno: l'espulsione del sindaco Pizzarotti, che pure ha fatto bene anche quando cacciato e questo avrebbe dovuto essere una lezione; la scomunica per tutti quelli che andavano in tv nell'epoca in cui la purezza era distinzione totale dal sistema. Ma il dissenso, si potrebbe dire, è una questione di principi da difendere. E i principi sono sacri.
Le vere crepe si sono aperte quando il principio si è scontrato con un principio più alto - quello della legalità: le firme false, ad esempio, le prime delle quali derubricate come errori di inesperienza, ma con il tempo rivelatesi un modo veloce e spregiudicato per aggirare le carenze del sistema organizzativo M5s. In un crescendo negli ultimi anni, il movimento ha dovuto poi misurarsi con amministratori locali indagati, e/o amministratori locali incapaci – lista in cui Raggi e Appendino occupano i primi posti. Infine, in tempi recentissimi, una serie di disastri: il flop della piattaforma (di cui pure avrebbero dovuto essere i maestri) per le parlamentarie; il ridicolo dei risultati dei voti (poche decine a testa) e poi i dubbi sui candidati, i difficili controlli, e le eliminazioni seriali dei molti che pure avevano passato le parlamentarie.
Il problema rimborsi, infine, per il quale non userei il termine scandalo – che banalizza- né termini legali – tipo furto – visto che si tratta della violazione di un regolamento interno. Ma per il quale userei certamente il termine più appropriato, che è: fallimento.
I rimborsi sono infatti il risultato di un fallimento in serie: mancato controllo della applicazione delle regole, mancata direzione della organizzazione, e, più grave di tutto, assenza di ogni comunicazione interna fra persone. Il fatto che dopo cinque anni - perché di tanto tempo si parla – nessuno abbia capito cosa stava succedendo ci parla di un vuoto di relazioni umane interne che è molto grave in una forza politica che parla di sé stessa come di una comunità.
Dov'erano in tutto questo i dirigenti di questa forza politica? Tutti hanno semplicemente avuto, come dicono, "eccesso di fiducia nell'animo umano", o non è forse questo il quadro di una organizzazione in cui ognuno segue solo i propri percorsi, di una barca in cui ognuno rema per proprio conto?
Ho fin qui scritto che tutto questo va accollato a Di Maio perché è lui che è diventato il leader; ma in realtà la domanda sul ruolo di tutto il vertice e le più importanti personalità del M5s è il grande dubbio che proietta un'ombra ulteriore sulla vicenda.
Mentre tutto questo succedeva, almeno Di Maio ci ha messo, come si dice, la faccia. Il suo è un fallimento ma almeno ci ha provato. Intorno a lui, mentre la crepa si allargava, si allargava anche un generale fuggi fuggi – il ritorno al teatro del fondatore Grillo, le diverse strade prese da influenti figure come Di Battista e Fico, la storia di Borrelli, un altro fondatore, che senza spiegazione lascia M5s per fondare un nuovo movimento proprio ora.
Ovviamente ognuno di loro ha diritto a scegliere il proprio percorso: ma l'insieme appare come un disintegrarsi della unità della classe dirigente pentastellata.
Davvero questo quadro non avrà alcun impatto sul voto e sul futuro del M5S?
È un punto su cui i pentastellati rifiutano qualsiasi discussione. Tutti loro si dicono sicuri che il movimento non subirà alcun calo di voto, certi che i loro elettori siano fedelissimi che sanno distinguere gli attacchi del sistema dalle verità. Una teoria sposata anche da alcuni sondaggisti.
Ma, diceva Cuccia, le azioni si pesano, non si contano, e uguale valutazione si applica al voto: i pentastellati, che vogliono oggi immaginare di governare il paese, devono poter contare non solo sul numero di schede nelle urne, ma anche sulla fiducia delle istituzioni e del consenso di almeno una parte dell'opinione pubblica che non li vota, ma è contraria a bloccarli.
Da almeno cinque anni, infatti, cioè da quando hanno fatto irruzione sulla scena politica, il sistema in generale, quello delle istituzioni europee e nazionali, politiche ed economiche, ha cercato di isolare il movimento definendolo il nuovo pericolo populista.
Tuttavia, non tutta la classe dirigente e non tutta la pubblica opinione – e parlo di settori che non voterebbero M5S - ha condiviso questa narrativa. Non l'ha condivisa per contrastare la banalizzazione della politica, la semplificazione delle dinamiche sociali – e forse un po' anche a dispetto del "pensiero unico" che sempre più le elite tendono a imporre. Una parte di classe dirigente, che fossero le ambasciate, i giornalisti, alcune organizzazioni economiche e/o sociali, hanno prestato attenzione ai pentastellati, riconoscendone le potenzialità innovative. E nelle stesse istituzioni questa apertura di credito ha trovato un suo solido spazio.
Ma oggi di fronte alla debacle di leadership emersa, scommetterà ancora sul fatto che i grillini sono un utile stimolo al cambiamento, che occorre dare loro fiducia?
Sono certa che Di Maio e tutti gli altri M5s non hanno dubbi e non condivideranno nemmeno una parola di quanto fin qui scritto.
Ma che per governare serva un consenso molto più largo del proprio elettorato a me sembra una delle poche leggi incontrovertibili della politica. Come hanno provato sulla propria pelle molti dei premier nominati e caduti proprio in questa legislatura appena chiusa.
Poi, certo, ognuno ha il diritto a mantenere le proprie illusioni.

martedì 13 febbraio 2018

Il buco del Vaffanculo

Il buco sale a quasi 1,5 milioni. Il Movimento ammette: conti gonfiati

Il leader: “Non mi fido più di nessuno”. Verifiche su Toninelli. Lezzi: io innocente.
«Dai calcoli che abbiamo fatto noi mancano più soldi di quanto affermato dai giornali». La prima ammissione del M5S, arriva alle 14,30 di ieri attraverso un comunicato ufficioso dello staff. La seconda ammissione arriva qualche ora dopo: «E’ possibile che ci sia stato un errore di calcolo nella somma totale delle restituzioni di questi cinque anni. È una cifra più alta di quanto hanno in realtà restituito i parlamentari». Dunque, la differenza - il famoso buco - tra quanto dichiarato dai 5 Stelle sul sito tirendiconto.it e quanto risulta dai versamenti effettivi nel fondo di garanzia per la microimpresa raccolto dal Tesoro e gestito al Mise è frutto di falsificazioni e bonifici truccati, come quelli ammessi dai parlamentari Andrea Cecconi e Carlo Martelli, ma anche da una manovra sistematica del M5S che ha gonfiato - si vedrà se con dolo o meno - la somma finale, quella che fa da vetrina sul sito del partito.  

La cifra dei 226 mila euro mancanti fornita anche dalla Stampa domenica - e sulla quale Luigi Di Maio aveva detto «non è un buco ma c’è stato un errore nella contabilità» - era stata calcolata per difetto. Il buco invece c’è ed è di oltre un milione di euro. Per la precisione 1,401 milioni.

ATTENZIONE, CADUTA ONESTI - IL SENATORE BUCCARELLA: ‘MI AUTOSOSPENDO DAL M5S, HO REVOCATO DEI BONIFICI DESTINATI AL FONDO’. MA E' LO STESSO CHE ACCANTO A DI MAIO NEGAVA TUTTO DAVANTI ALLE TELECAMERE DELLE ‘IENE’?

RIMBORSOPOLLI


RIMBORSOPOLLI

ORA I GRILLINI LA FINIRANNO CON LA ROTTURA DI PALLE DELLA “DIVERSITÀ” E DELL’ONESTÀ?


1 - DISONESTÀ, DISONESTÀ
Alessandro Sallusti per “il Giornale”

Se so magnati li sordi, direbbero a Roma. Si allarga infatti a macchia d'olio lo scandalo dei deputati e senatori grillini che hanno fatto solo finta di rinunciare a parte dei loro lauti compensi a favore di un fondo di solidarietà.

Una truffa - ci sono carte false - che fa crollare il punto più forte della loro promessa elettorale di cinque anni fa. Che era: noi siamo diversi, noi gli stipendi della casta li restituiamo. La cosa non mi stupisce. Semmai questo tradimento degli elettori va ad aggiungersi ai tanti altri avvenuti lungo l'arco di questi anni, come quello che un avviso di garanzia avrebbe fatto scattare automaticamente l'espulsione dalla vita politica e amministrativa.
Adesso nei Cinquestelle tutti fingono di cadere dalle nuvole, quando è chiaro che se non tutti almeno in tanti sapevano dell' allegra gestione finanziaria, tanto che probabilmente la spiata è partita proprio dall' interno del movimento, da colleghi non rimessi in lista o comunque scontenti.

Di Maio fa la parte del più offeso di tutti, quando anche lui in realtà era corso a sanare gli arretrati alle prime avvisaglie del casino, giusto in tempo per evitare di finire diritto nella lista nera. Ora annuncia che i mariuoli, se eletti, dovranno dimettersi, ben sapendo che la sua è una richiesta irricevibile dagli interessati.

Una volta che un cittadino diventa deputato o senatore non deve rispondere più a nessuno, e anche eventuali dimissioni volontarie devono essere approvate dal Parlamento, non certo dal partito, prassi questa molto lunga: in passato c' è chi ha aspettato anni, percependo nell' attesa lo stipendio pieno.
Nati contro tangentopoli scivolano su rimborsopoli. La parabola moralista grillina piega verso il basso e scatena una guerra dentro il movimento dagli esiti incerti. Il giuramento «onestà, onestà», scandito a gran voce ai funerali di Casaleggio, si è infranto contro i lauti assegni e le prebende erogate dallo Stato a chi entra nella casta della politica, anche da oppositore del sistema.

Così hanno capito che quello dei professionisti dell' anticasta è un mestiere redditizio e molto semplice: basta fingere di aver fatto un bonifico e il gioco è fatto. La maschera è caduta e il vetro della trasparenza è andato in frantumi. I grillini non solo sono come gli altri, sono peggio. Perché hanno l' arroganza di credersi i migliori.
--------------------------------------------

2 - RIMBORSOPOLLI
Mattia Feltri per “la Stampa”

Al momento in cui andiamo in stampa, dal fondo per le piccole imprese aperto dal Movimento Cinque Stelle manca oltre un milione di euro. Si usa una formula prudenziale perché ieri mattina mancavano 200 mila euro, dopo pranzo ne mancavano 500 mila, e poco prima di cena si era già, appunto, oltre il milione.

Funziona così: a fine mese i parlamentari grillini versano sul fondo una quota del loro stipendio e poi si fanno la foto con quegli assegni formato maxi come la loro virtù. Che poi 23 milioni li hanno raccolti, onore a loro. Però qualcuno (i nomi in cronaca) disponeva il bonifico dalla banca online, pubblicava la ricevuta, e subito dopo annullava il bonifico. Altri avevano escogitato un sistema più rapido: pubblicavano sempre la stessa ricevuta e cambiavano la data.
Un po' come dare cinque euro a un senzatetto, scattare il selfie, metterlo su Facebook e poi riprendersi la banconota: roba da rubagalline. Vorremmo però risparmiarvi la solfa del puro che viene epurato, dell' onestà-tà-tà e tutte quelle scontatezze: soltanto un illuso (e ce ne sono molti, e Beppe Grillo è il più illuso di tutti) può pensare che un popolo probo e laborioso produca da decenni, e per coincidenza astrale, una classe dirigente viziosa.
L' aspetto straordinario è però un altro. Fra falsari della beneficenza, massoni inconfessati e inquilini a sbafo, sono più o meno una decina le persone in lista col primo partito italiano a cui, come primo atto parlamentare, toccherà autoeliminarsi. Sarà una legislatura da non perdere.
----------------------------------------------------

Rimborsi M5s, Pizzarotti: "Promettono lotta all'evasione e non sanno controllare i conti interni"


Il sindaco di Parma, ex del Movimento a Circo Massimo su Radio Capital: "Grave che proprio i caporali abbiamo falsificato i rendiconti"
-------------------------------------------------------------

lunedì 12 febbraio 2018

I cavalieri senza macchia


Scontrini e Robespierre

 
ANSA
Sostiene Luigi Di Maio: "La notizia in un paese normale è che M5S ha restituito 23 milioni e 100mila euro di stipendi e questo è certificato da tutti quanti e ci sono 7mila imprese in Italia che lo testimoniano perché quei soldi hanno fatto partire 7mila imprese e 14mila posti di lavoro. Se ci saranno controlli da fare li stiamo facendo, ringrazio chi ha fatto queste inchieste ma questo è un paese strano in cui restituisci 23,1 milioni e la notizia è che manca lo 0.1".
La dichiarazione, sembrerà strano al giovane movimento dei pentastellati, discende da una lunga tradizione costruita sui piccoli e grandi fallimenti del potere. Si chiama doppio standard ed è una delle categorie etiche più studiate in politica: quel fenomeno per cui il giudizio nei confronti di tutti gli altri, tutti i tuoi avversari per dire, sono ferrei. Mentre quelli nei confronti del tuo gruppo sociale sono "ammorbiditi" dall'idea di una tua supposta superiorità etica. Il doppio standard è in genere attribuito al potere regnante, lo stato, le classi abbienti, le gerarchie ecclesiastiche: è il potere che - definizione del suo cinismo – perdona a se stesso quello che non perdona ad altri.
Purtroppo, tutte le rivoluzioni di epoca moderna – stabilendone l'inizio alla Rivoluzione Francese - hanno poi fatto uso dello stesso strumento: perdonando a se stesse i peccati che non perdonavano al potere che contestavano, sulla base del fatto che loro era la rappresentanza del potere che avrebbe portato giustizia nel mondo.
E, tanto per fare un po' di citazioni, Robespierre, all'inizio della sua opera rivoluzionaria chiese, tra le altre cose, la abolizione della pena di morte con un discorso rimasto famoso.
Tre anni dopo diede il via al Terrore in nome della difesa della rivoluzione da chi voleva sabotarla. Il terrore durò un solo anno, ma fece più o meno 70mila ghigliottinati, e qualcosa come da 100mila a 300mila incarcerati senza processi.
Il doppio standard rivoluzionario lo abbiamo visto al lavoro da allora, in maniera più o meno cruenta, in tante parti della nostra storia. Sui diritti civili e umani, sulla equità sociale, sulla giustizia delle classi sociale, le rivoluzioni moderne hanno fallito miseramente. Dalle grandi rivoluzioni, La Russa, la Cinese, a quelle piccole ma non meno rilevanti per la formazione della nostra coscienza pubblica, quelle di Cuba, Nicaragua, il Vietnam, per arrivare ad alcune a noi vicinissime, come i vari governi africani della decolonizzazione.
Curiosamente, la difesa di questi fallimenti è sempre stata articolata in due affermazioni: la prima che a fronte delle grandi cose fatte, i nemici guardano solo ai piccoli errori; la seconda, corollario della prima, è che comunque gli sbagli sono state fatti da "mele marce", casi isolati in un cesto pieno di mele sane. Il sistema è dunque sempre sano, e la colpa è sempre di un doppio standard del potere, ribaltato in maniera aggressiva contro la rivoluzione. Operazione quasi sempre portata avanti dalla stampa, accusata di essere al servizio a pagamento di qualunque sia il potere regnante in quel momento.
Ora, per tornare dalle grandi storie alle piccole, ci sono pochi dubbi che l'eco di questo storico dibattito, si sente in tutte le affermazioni del candidato Di Maio e di tutti i suoi compagni di partito e viaggio che da anni denunciano di essere vittime di un complotto di potere che chiude gli occhi davanti a grandi errori del sistema, mentre colpevolizza e gonfia a dismisura ogni piccolo errore dei M5S.
Ma, specie in queste difficili ore di gravi sospetti sul Movimento, i 5 Stelle sul caso dovrebbero semplicemente accettare l'unica ragionevole spiegazione e soluzione: proprio perché i pentastellati vogliono essere lo strumento di una nuova moralità, per loro anche solo un errore è di troppo. Troppo, per chi vuole portare l'etica assoluta. I rimborsi sono stati il pilastro della loro proposta per una nuova etica della politica, la misura dunque della loro credibilità. Facciano le verifiche, le facciano con profondità cercando di capire cosa non stia andando nel sistema (anche se sono due le mele marce non sono mai un caso). E ce lo facciano sapere.
PS Robespierre è finito ucciso dallo stesso meccanismo del Terrore che gli si è ribaltato contro. Ma questa è ovviamente una metafora.

venerdì 19 gennaio 2018

Gennaio: Sondaggio elezioni. Sarà così?

FORTEZZA TOSCANA – CON L’EMILIA SONO LE UNICHE REGIONI CHE CONQUISTERA’ IL PD DEL DUCETTO – IL NORD VA AL CENTRO DESTRA CHE SE LA BATTE CON CINQUE STELLE AL SUD – BERLUSCONI PORTA LA COALIZIONE AL 37,2% - 18 MILIONI DI ELETTORALI (PIU’ DI UNO SU TRE) NON HA ANCORA DECISO CHI VOTARE.

In Marzo si vedrà...


http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/fortezza-toscana-ndash-rsquo-emilia-sono-uniche-regioni-che-165195.htm

martedì 5 dicembre 2017

Grasso mortale

G R A S S O   M O R T A L E


C’era una volta il Mago Dalemix, che aveva tanta nostalgia per i pentoloni nei quali un tempo rimestava. In preda a malinconia e disperazione un giorno decise di rimettersi in cucina. Prese un pentolino (da tempo ormai non aveva più pentole grandi). Soffiò sulle braci che sempre manteneva sotto la cenere. Gli vennero le lacrime agli occhi: sia per il fumo di quel suo stentato fuocherello ma  soprattutto al pensiero del tempo felice in cui andava, allegro e acclamato, a cucinare il risotto da Vespa; mica le tristi figuracce che ora faceva dalla Gruber. Fame ora, non fama. Quei pezzetti di bollito che aveva ora gli parevano poca cosa, però. Non c’era quasi più niente in dispensa. Soltanto un resto di grasso. “Grasso?” bofonchiò Dalemix; “Che ci possa stare con ’sto bollito?”. La risposta gliela diedero la disperazione e la fame. Lo prese e lo buttò nel pentolino. Mescolò il tutto pian piano (sempre verso sinistra). Ma quel grasso stentava ad amalgamarsi.  Rimescolò ancora, mise il coperchio e andò ad aprirsi una bottiglia. La scolò, leccandosi i baffetti, rincuorato dal suo rosso e dal borbottio del pentolino. Grasso, alla fine, non ne vide più: quel grumo sembrava essersi sciolto per bene. Cominciò a mangiare quella sbobba. Per distrarsi pensò alla sua vita. ”Libero”, bofonchiò, ricordando quando, sotto sotto, rese grazie a quel povero Occhetto che lo aveva reso libero dal PCI. Da quel comunismo che voleva tutti uguali. “Uguali? Io uguale agli altri? Non scherziamo! Io sono il Migliore!”. Capì che il vino gli aveva confuso un po’ le idee. Divorando bocconi, chissà perché, gli venne in mente il conte Ugolino. Inghiottì anche l’ultimo pezzo. In primavera, era Marzo, qualcuno lo trovò steso a terra, mummificato, con le mani al collo come per togliersi un qualcosa rimastogli in gola. Vicino alla bocca, per terra, un grumo nerastro. “Grasso”, disse la Scientifica. “Liberi e uguali” si leggeva sulla corona che quattro gatti portarano al funerale. E tutti vissero ancora infelici e scontenti.

Vittorio TòccatiMax! ExInFeltrito

mercoledì 18 ottobre 2017

Cervelli e fighe in fuga

Asia Argento: "Lascio l'Italia". Non è che andrà a Los Angeles, dove ...certe cose alle donne non succedono?
Vittorio Cervellinfiga ExInFeltrito