DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)
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mercoledì 19 giugno 2013

Finalmente Traraglio ha capito


Travaglio contro Grillo: "Come Ceausescu. Il M5S un asilo mariuccia".

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Ben arrivato, Traraglio!

martedì 23 aprile 2013

La prostata di Traraglio

Marco Traraglio: che cima (di rapa) di giornalista e d'uomo quando scrive:
"Napolitano, coetaneo di Mugabe", con la "prostata inerte" e lo "scroto inanimato".

OK, ma prima o poi anche lui, coetaneo di Giorgio Mastrota, si piscerà sulle scarpe con un bel cazzetto marcio. Chissà se si divertirà.
Vittorio Traraglieraidigusto InFeltrito


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LA LINGUA VELENOSA DI TRAVAGLIO

Da "Il Foglio"
TRAVAGLIO-FERRARATRAVAGLIO-FERRARA
Mentre le squadracce benpensanti addette alla pubblica morale insultano e minacciano deputati colpevoli di aver votato Napolitano (non Himmler, non Al Capone), tra un "bastardo!", un "traditore!" e un "li mortacci tua!", il funereo Grillo - che di morti (altrui) sempre parla - sul suo blog il trapasso dell'intera Repubblica ha annunciato: The Big Becchino.
Giuliano FerraraGIULIANO FERRARA
E' da settimane che un linguaggio minaccioso e oscuro, da beccamorti mediatici, viene rovesciato addosso agli avversari politici con incoscienza e macabro godimento: un rimestare di cadaveri, uno scoperchiare di tombe, un affannarsi tra l'editoriale e la tumulazione.
A parte l'inarrivabile capo a cinque stelle, e la balordaggine di qualche eletto del popolo tramortito dal suo vagare con i ditini sulla tastiera dello smartphone, è Marco Travaglio sul Fatto che quotidianamente s'incarica della pratica da necroforo, annunciando imminenti altrui esequie e dettagliando pratiche collaterali - tra la denuncia politica e YouPorn.
Filippo FacciFILIPPO FACCI
Più che l'esposizione di una tesi, quella di un solo dubbio: inumazione o cremazione? Editoriale di domenica. Titolo (tanto per far intendere la questione): "Napolitano bis, Funeral Party". E, con la precisa sensazione di una passeggiata al Verano, si incrociavano riferimenti al "cadavere putrefatto" piuttosto che a quello "maleodorante", naturalmente con opportuno "sarcofago" ove si procede "inchiodando il coperchio dall'interno".
Quindi l'inevitabile riferimento alla "puzza e i vermi", con adeguato richiamo alla "decomposizione" e idonea chiamata in causa del "becchino" (ovviamente individuato nel presidente Napolitano, "coetaneo di Mugabe", "voltagabbana" e "potenzialmente ricattabile"). Poi, a parte un propizio cenno all'inevitabile "estinzione", si procede all'ammasso del "governo di mummie".
E siccome i cadaveri abbondano più delle virgole, nello scritto di Marco il Seppellitore, ecco la rievocazione di quello "imbalsamato e impagliato", vista l'età che sale, dell'attuale inquilino del Quirinale, tra "necrofili di sinistra" e (qui si fa quasi poetico, poggiando per un secondo la vanga) il "pedofilo di destra". Buffetto anche ai colleghi giornalisti, impegnati verso Napolitano "con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi".
Marco TravaglioMARCO TRAVAGLIO
Per l'esultanza finale: "Le famose pompe funebri". Le quali pompe, s'intendono funebri, a Marco il Necroforo devono piacere molto, visto che ieri è tornato sul tema "pompe sfuse", rimettendo di mezzo "il coetaneo di Mugabe", sobriamente accompagnato da un forte richiamo ai "cronicari" e ai "reparti di geriatria", in un articolo vasto quanto il Monumentale di Milano. Titolo, va da sé, "La Domenica delle Salme". Ci voleva Dylan Dog, sul Colle, per calmarlo. Intanto, da mortali meglio toccarsi.
2. LO SCROTALO
Filippo Facci per "Libero"
Napolitano è veramente vecchio, ma Travaglio fa veramente schifo. Segnatevi la data (21 aprile) perché lo stile escrementizio del cabarettista del Travaglino ha toccato il fondo: quello del suo culo, strumento con cui evidentemente verga i suoi articoli. Nel suo fondo (schiena, appunto) il becchino di Torino, che ormai sfoggia una pettinatura alla giovane Bersani, domenica ha scritto che:
Giorgio NapolitanoGIORGIO NAPOLITANO
1)Napolitano è «a immagine e somiglianza» del «cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio» che «si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall'interno per non far uscire la puzza e i vermi»;
2) Napolitano è storicamente richiamabile a quando «i vecchi partiti di centrosinistra nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler »;
3) Napolitano rischia di restare «abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio»;
4) I giornalisti hanno celebrato Napolitano «con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi». La versione online dell'articolo, mentre scriviamo, vanta 2234 commenti di poveri pirla, tutti entusiasti di questo portasfiga (lo salutano Di Pietro e Ingroia) ridotto a fare l'Ugo Intini di Beppe Grillo, un comico.

lunedì 22 aprile 2013

Un altro Traraglio

Se, parlando dell'età, Marco Traraglio sceglie Mugabe per accostarlo a Napolitano sceglie di usare un linguaggio grillesco che la dice tutta. E se lo stesso Traraglio dice poi che ora Grillo dovrà parlare con un linguaggio diverso vuol proprio dire che spera nell'impossibile. Traraglio riesce a cambiare il suo, di linguaggio? Provi a farlo, magari "facendo violenza a se stesso". 
Credere ancora nella costruttività del grillismo è un illusione non degna di un cervello che funziona.

martedì 16 aprile 2013

I lamenti di Antonio, disoccupato, aspirante esattore.

Nooo! Non se ne può più! Ancora Ingroia che frigna in TV e sui giornali! Allora forse è proprio giusto che si giochi con lui "al calcio dell'asino", come lamenta il suo amico-avvocato difensore Marco Traraglio! "L'ONU mi ha offerto... L'ONU mi ha proposto... L'ONU mi ha chiamato... In Italia mi hanno proposto un incarico politico...": perchè il dottor Ingroia non ha l'onestà di dire che nessuno gli ha proposto niente e che per il posto in Guatemala lui ha fatto una regolare domanda; la sua è stata accolta. Con appoggi e sforzi diplomatici italiani? Questo mi pare l'abbia detto D'Alema. Poi: "All' ONU il rapido avvicendamento di funzionari è la regola", dice Ingroia. E' la regola avvicendarsi in due-tre mesi? Ma per favore! Sono eccezioni che persone coscienziose, quali lui vuol essere considerato, dovrebbero evitare, proprio nell'interesse di tutti, dato che li stra-paghiamo noi i funzionari di quel carrozzone che è l'ONU (quanto si è messo in tasca, lei dottore, in quei due mesi; ce lo dice, nella sua cristallina trasparenza?). Si rammarica di dover esser lui stesso a ricordarci i meriti della sua carriera; dice che meriterebbe maggior rispetto. Ma non gli passa per la testa che forse, per meritarselo, deve giocare meno con i posti di lavoro e darsi una ridimensionatina, il dottor Capitan Fracassa?
Vittorio Ingroiatotraragliato InFeltrito

mercoledì 30 gennaio 2013

Chi è senza peccato...






Rivoluzione civile, Ingroia e l’impresentabile


In lista un medico indagato 

per associazione a delinquere


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E la Boccassini, ora che Ingroia fa paura al
PD, si sveglia:
"Come ha potuto Ingroia paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra loro esiste una distanza misurabile in anni luce. Si vergogni". 

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Però nel Fatto Quotidiano quel "Si vergogni" sparisce. 
Il giornale  vicediretto da Marco Tra-raglio non riesce a parlare male del leader di Rivoluzione Civile nemmeno quando a farlo è la Boccassini.

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Ma quante cose dice di sapere e non dice, questo

personaggio?

Viva la trasparenza...

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sabato 19 gennaio 2013

Il raglio di Traraglio.


Sua Vanità, Marco Travaglio, è tornato sul tema a lui caro (economicamente) delle sue condanne per diffamazione. L’ha fatto a Servizio Pubblico, ovviamente, parlando da solo, ovviamente. L’ha fatto per via dei lettori e teleutenti che chiedevano chiarimenti: segno che non ne aveva mai dati. Delle condanne di Travaglio hanno appreso da Berlusconi.
Il presunto collega ha mostrato il suo casellario giudiziale - è il quarto anno di fila che lo fa - dove «c’è scritto nulla», quindi ha gongolato come se stringesse in mano un’indulgenza per l’altro mondo. Penalmente, è incensurato: esattamente come Silvio Berlusconi. Però Berlusconi è prescritto: anche Travaglio, visto che l’ultima sua condanna penale è andata in prescrizione il 4 gennaio 2011.
Nei sette minuti supplettivi da lui sequestrati a Servizio Pubblico, in sostanza, Travaglio ha spiegato di essere il migliore come sempre: migliore dei colleghi e direttori berlusconiani «condannati per diffamazione», loro sì, e migliore dei giudici che «non hanno capito» perché l’hanno condannato, migliore dell’intera stampa italiana che dopo Servizio Pubblico «la differenza tra penale e civile non l’hanno capita neanche loro». A meno che a questa differenza, più semplicemente, i giornali italiani non abbiano dato l’importanza che Travaglio le attribuisce. Il presunto collega, infatti, continua a parlare (da solo) come se le condanne civili non nascessero comunque da un illecito e da un cattivo giornalismo, e come se il primo a mischiare e pubblicare le condanne penali e civili dei colleghi, a suo tempo, non fosse stato lui. Ora che la sua stessa arma gli si ritorce contro, tuttavia, ecco fiorire distinguo su distinguo: e così giovedì sera ha cercato di separarsi dai «direttori berlusconiani, loro condannati più e più volte, loro sì diffamatori professionali», gente diversa da «noi, che non abbiamo nessuna condanna per diffamazione». Interessante. Ma una risposta a tono, purtroppo, implicherebbe l’elenco dei suoi amici e colleghi che sono incappati pure loro in condanne per diffamazione, magari con la specifica che anche il grande Indro Montanelli ne ha collezionate a bizzeffe, di condanne. E così pure tutti i grandi del giornalismo. Per rispondere a tono, cioè, dovremmo contribuire al gioco idiota e prediletto da Travaglio in tutti questi anni: sostituire la fedina penale alla carta d’identità, spiegare ai più beoti tra i suoi fans che un giornalista condannato per diffamazione sia tutta ‘sta cosa. Meglio di no. Meglio lasciare a Travaglio il suo certificato di purezza, glielo lasciamo noi e glielo lasciano tutti i suoi direttori regolarmente condannati per diffamazione.
1) Solo, ecco: si difenda un po’ meglio, almeno. Giovedì sera ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.
2) Poi ha detto che una causa - persa col magistrato Filippo Verde - gli è andata male «perché il giudice ha capito» una cosa sbagliata. Colpa del giudice. Il quale, a dir il vero, nella sentenza ha scritto che Travaglio si era espresso «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata». Ma questo non c’era bisogno di dirlo a Servizio Pubblico.
3) Però ha detto, Travaglio: «Avevo scritto che Confalonieri doveva vergognarsi di accusare la sinistra di voler espropriare Mediaset come a Piazzale Loreto», e questa semplicemente è stata ritenuta dal giudice «una critica eccessiva». Tutto qui.  Agli amici di Servizio Pubblico non ha detto altre cose, però. Non ha detto che, secondo il giudice, lui - Travaglio - aveva dato per certe «ipotesi d’accusa non ancora accertate», che aveva riferito «illeciti non veritieri», che le notizie riferite da Travaglio «devono ritenersi non conformi al principio della verità e pertanto devono ritenersi sussistenti gli estremi del reato di diffamazione». Ops, scandalo, il giudice ha scritto «reato» nonostante fosse una causa civile. Un altro ignorante da segnare sul quadernino, Marco.
4) Poi Travaglio ha detto: «Ho scritto che Confalonieri era imputato assieme a Berlusconi nel processo Mediaset, ma non che era imputato per un altro reato. Il giudice ha capito che gli avessi detto che era imputato per lo stesso reato». Colpa del giudice.
5) Travaglio ha spiegato, poi, d’esser stato condannato per aver evocato «la metafora della muffa e del lombrico» riferita al presidente del Senato, Renato Schifani. Una metafora, ha detto il presunto collega, che era riferita eventualmente al successore di Schifani, non a Schifani. E però - ha detto agli amici di Servizio Pubblico - «il giudice o non ha capito o non ha apprezzato la battuta». Colpa del giudice. Non ha capito.
6) Travaglio ha poi riassunto nel seguente modo la condanna civile per causa della collega Susanna Petruni: «Una giornalista della Rai, berlusconiana di ferro, mi ha denunciato perché ho detto che è una berlusconiana di ferro. Dodicimila euro m’è costata». Eh no. Travaglio l’aveva definita «non obiettiva e asservita al potere della maggioranza di governo...», con episodi specifici di cronaca politica «narrati con evidente parzialità». Poteva dirlo.
7) Infine: Travaglio ha parlato di una condanna (penale, ma prescritta) elargita «perché avevo riassunto troppo un verbale di ottanta pagine in una pagina dell’Espresso... bastava che Previti mi mandasse una rettifica... ». Fine. E così non ha sentito il bisogno di riferire, ai gonzi di Servizio Pubblico, le parole utilizzate dal giudice: «Accostamento insinuante», «omissione evidente», «significato stravolto», «distorta rappresentazione del fatto... al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti». Questo in primo grado. In Appello: «È appena il caso di ribadire la portata diffamatoria!, «vi è prova del dolo da parte del Travaglio». Prova. Dolo. Travaglio.


filippo facci

martedì 15 gennaio 2013

LE CONDANNE DI MARCO TRARAGLIO

Sulla base delle loro condanne, perchè mai Traraglio può chiamare mafioso il Berlusca e Berlusca non può chiamare diffamatore Traraglio?
Vittorio Tuttiacasa InFeltrito

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LE CONDANNE DI MARCO TRARAGLIO PER DIFFAMAZIONE

• Nel 2000 è stato condannato in sede civile per una causa intentata da Cesare Previti dopo un articolo su L’Indipendente del 24 novembre 1995: 79 milioni di lire, pagati in parte attraverso la cessione del quinto dello stipendio.

•  Nel giugno 2004 è stato condannato dal Tribunale di Roma in sede civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processuali) per un errore contenuto nel libro «La Repubblica delle banane» scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. Nel libro, a pagina 537, così si descrive «Fallica Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia»: «Commerciante palermitano, braccio destro di Gianfranco Miccicché... condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito promosso deputato nel collegio di Palermo Settecannoli». Dettaglio: non era vero. Era un caso di omonimia tuttavia spalmatosi a velocità siderale su L’Espresso, su il Venerdì di Repubblica e su La Rinascita della Sinistra: col risultato che il 4 giugno 2004 sono stati condannati tutti a un totale di 85mila euro più 31mila euro di spese processuali; 50mila euro in solido tra Travaglio, Gomez e la Editori Riuniti, gli altri sparpagliati nel gruppo Editoriale L’Espresso. Nel 2009, dopo il ricorso in appello, la pena è stata ridotta a 15.000 euro.

• Nell’aprile 2005 eccoti un’altra condanna di Travaglio per causa civile di Fedele Confalonieri contro lui e Furio Colombo, allora direttore dell’Unità. Marco aveva scritto di un coinvolgimento di Confalonieri in indagini per ricettazione e riciclaggio, reati per i quali, invece, non era inquisito per niente: 12mila euro più 4mila di spese processuali. La condanna non va confusa con quella che il 20 febbraio 2008, per querela stavolta penale di Fedele Confalonieri, il Tribunale di Torino ha riservato a Travaglio per l’articolo Mediaset «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato sull’Unità del 16 luglio 2006: 26mila euro da pagare; né va confusa con la citata condanna a pagare 79 milioni a Cesare Previti (articolo sull’Indipendente) e neppure va confusa con la condanna riservata a Travaglio dal Tribunale di Roma (L’Espresso del 3 ottobre 2002) a otto mesi e 100 euro di multa per il reato di diffamazione aggravata ai danni sempre di Previti, reato - vedremo - caduto in prescrizione.

•  Nel giugno 2008 è stato condannato civilmente dal Tribunale di Roma al pagamento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornalista del Tg1 Susanna Petruni come personaggio servile verso il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubblicazione», si leggeva nella sentenza, «difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffamatorio».

•  Nell’aprile 2009 è stato condannato dal Tribunale penale di Roma (articolo pubblicato su L’Unità dell’11 maggio 2007) per il reato di diffamazione ai danni dell’allora direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce. Il processo è pendente in Cassazione.

•  Nell’ottobre 2009 è stato condannato in Cassazione (Terza sezione civile) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giudice Filippo Verde, che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro «Il manuale del perfetto inquisito», affermazioni giudicate diffamatorie dalla Corte in quanto riferite «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata».

•  Nel giugno 2010 è stato condannato civilmente dal Tribunale di Torino (VII sezione civile) a risarcire 16.000 euro al Presidente del Senato Renato Schifani, avendo evocato la metafora del lombrico e della muffa a «Che tempo che fa» il 10 maggio 2008. 

•  Nell’ottobre 2010 è stato condannato civilmente per diffamazione dal Tribunale di Marsala: ha dovuto pagare 15mila euro perché aveva dato del «figlioccio» di un boss all’assessore regionale siciliano David Costa, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e successivamente assolto in forma definitiva. 

•  Ora la condanna più significativa. Si comincia in primo grado nell’ottobre 2008: il presunto collega beccò otto mesi di prigione (pena sospesa) e 100 euro di multa in quanto diffamò Previti. L’articolo, del 2002 su l’Espresso, era sottotitolato così: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi». Lo sviluppo era un classico copia & incolla, dove un pentito mafioso spiegava che Forza Italia fu regista di varie stragi. Chi aveva raccolto le confidenze di questo pentito era il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che nel 2001 venne convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri. In quello studio, secondo Riccio, si predisposero cose losche, tipo salvare Dell’Utri, e Travaglio nel suo articolo citava appunto un verbale reso da Riccio. E lo faceva così: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti». E così praticamente finiva l’articolo. L’ombra di Previti si allungava perciò su vari traffici giudiziari, ma soprattutto veniva associato a un grave reato: il tentativo di subornare un teste come Riccio. Il dettaglio è che Travaglio aveva completamente omesso il seguito del verbale del colonnello. Eccolo per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri».  Il giudice condannò Travaglio ai citati otto mesi: «Le modalità di confezionamento dell’articolo risultano sintomatiche della sussistenza, in capo all’autore, di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e della sua concreta idoneità lesiva della reputazione».  In lingua corrente: Travaglio l’aveva fatto apposta, aveva diffamato sapendo di diffamare. La sentenza d’Appello è dell’8 gennaio 2010 e confermava la condanna, ma gli furono concesse attenuanti generiche e una riduzione della pena. La motivazione, per essere depositata, non impiegò i consueti sessanta giorni: impiegò un anno, dall’8 gennaio 2010 al 4 gennaio 2011. Così il reato è caduto in prescrizione. «La sentenza impugnata deve essere confermata nel merito... (vi è) prova del dolo da parte del Travaglio». Il quale, ad Annozero, ha bofonchiato di un ricorso in Cassazione: attendiamo notizie.

Filippo Facci

venerdì 11 gennaio 2013

Donne di Servizio Pubblico

C'è da dire che ieri sera Mastromarcolindo e le donne di Servizio Pubblico ce l'hanno messa tutta per far pulizia in casa Berlusconi.
Vittorio Politicallyincorrect InFeltrito