DiStImIcAmEnTe

QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)
...ma ora...
STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)
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domenica 5 gennaio 2020
giovedì 29 maggio 2014
Travaglio e i "poveretti"
Lettera 7
Su chi ha osato criticarlo, così scrive Travaglio: "Questi poveretti non sanno che un giornalista o sta all'opposizione di chiunque stia al potere, oppure semplicemente non è un giornalista: è qualcos' altro". Io, poveretto, allora chiedo al Sommo: se il suo beneamato Grillo avesse vinto le elezioni lei si sarebbe ipso facto messo con l'opposizione? O avrebbe smesso di fare il giornalista?
Su chi ha osato criticarlo, così scrive Travaglio: "Questi poveretti non sanno che un giornalista o sta all'opposizione di chiunque stia al potere, oppure semplicemente non è un giornalista: è qualcos' altro". Io, poveretto, allora chiedo al Sommo: se il suo beneamato Grillo avesse vinto le elezioni lei si sarebbe ipso facto messo con l'opposizione? O avrebbe smesso di fare il giornalista?
Ma si rende conto di ciò che ha scritto? E ancora: lei ha detto che la vittoria di Renzi è un risultato degno di un approfondimento psicologico o psichiatrico. Questo è essere giornalista o qualcos'altro? Non pensa che forse sta diventando lei un "poveretto", vittima della sua spocchia, della sua supponenza e del suo narcisismo sconfinato? Ma chi diavolo si crede di essere? Il depositario della verità?
E sì che dovrebbe ricordarsi di come sono finiti i suoi Di Pietro e Ingroia! Forse dovrebbe prendere qualche lezione di modestia; provi dal suo serio collega Peter Gomez. O è anche lui un "presunto collega"? O teme che toni e modi normali farebbero perdere successo a lei e copie al suo Fatto Quotidiano?Vittorio Poveretto Distimicamente ExInFeltrito
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lunedì 21 aprile 2014
Travaglio ha rotto il cazzullo
Lettera 8
Per l'ennesima volta Travaglio dedica fiumi di inchiostro per mettere alla gogna un collega che gli sta sulle balle; stavolta è toccato a Cazzullo, reo di fare troppe apparizioni. Sorge il sospetto che il Sommo le abbia contate tutte ben bene e si sia accorto che Cazzullo ne ha fatte una o due più di lui. Non sia mai. Intollerabile.
Vittorio Distimicamente Hairottoilcazzullo ExInFeltrito
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sabato 19 aprile 2014
Le cozze di Bruxelles
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Lettera 4
Una curiosità: a mangiar cozze a sbafo a Bruxelles, anche gli altri Paesi mandano rottamati, avanzi, cantanti, nani e ballerine come facciamo noi? Perchè, se così fosse, si spiegherebbero molte cose su quel carrozzone inefficiente targato EU.
Vittorio Distimico ExInFeltrito
Una curiosità: a mangiar cozze a sbafo a Bruxelles, anche gli altri Paesi mandano rottamati, avanzi, cantanti, nani e ballerine come facciamo noi? Perchè, se così fosse, si spiegherebbero molte cose su quel carrozzone inefficiente targato EU.
Vittorio Distimico ExInFeltrito
mercoledì 17 aprile 2013
I lamenti di Antonio, disoccupato
Lettera 10
Nooo! Non se ne può più! Ancora Ingroia che frigna in TV e sui giornali! Allora forse è proprio giusto che si giochi con lui "al calcio dell'asino", come lamenta il suo amico-avvocato difensore Marco Tra-raglio! "L'ONU mi ha offerto... L'ONU mi ha proposto... L'ONU mi ha chiamato... In Italia mi hanno proposto un incarico politico...": perchè il dottor Ingroia non ha l'onestà di dire che nessuno gli ha proposto niente e che per il posto in Guatemala lui ha fatto una regolare domanda; la sua è stata accolta. Con appoggi e sforzi diplomatici italiani? Questo mi pare l'abbia detto D'Alema. Poi: "All' ONU il rapido avvicendamento di funzionari è la regola", dice Ingroia.
Nooo! Non se ne può più! Ancora Ingroia che frigna in TV e sui giornali! Allora forse è proprio giusto che si giochi con lui "al calcio dell'asino", come lamenta il suo amico-avvocato difensore Marco Tra-raglio! "L'ONU mi ha offerto... L'ONU mi ha proposto... L'ONU mi ha chiamato... In Italia mi hanno proposto un incarico politico...": perchè il dottor Ingroia non ha l'onestà di dire che nessuno gli ha proposto niente e che per il posto in Guatemala lui ha fatto una regolare domanda; la sua è stata accolta. Con appoggi e sforzi diplomatici italiani? Questo mi pare l'abbia detto D'Alema. Poi: "All' ONU il rapido avvicendamento di funzionari è la regola", dice Ingroia.
E' la regola avvicendarsi in due-tre mesi? Ma per favore! Sono eccezioni che persone coscienziose, quali lui vuol essere considerato, dovrebbero evitare, proprio nell'interesse di tutti, dato che li stra-paghiamo noi i funzionari di quel carrozzone che è l'ONU (quanto si è messo in tasca, lei dottore, in quei due mesi; ce lo dice, nella sua cristallina trasparenza?).
Si rammarica di dover esser lui stesso a ricordarci i meriti della sua carriera; dice che meriterebbe maggior rispetto. Ma non gli passa per la testa che forse, per meritarselo, deve giocare meno con i posti di lavoro e darsi una ridimensionatina, il dottor Capitan Fracassa?
Vittorio Ingroiatotraragliato InFeltrito
Vittorio Ingroiatotraragliato InFeltrito
sabato 19 gennaio 2013
Il raglio di Traraglio.
Sua Vanità, Marco Travaglio, è tornato sul tema a lui caro (economicamente) delle sue condanne per diffamazione. L’ha fatto a Servizio Pubblico, ovviamente, parlando da solo, ovviamente. L’ha fatto per via dei lettori e teleutenti che chiedevano chiarimenti: segno che non ne aveva mai dati. Delle condanne di Travaglio hanno appreso da Berlusconi.
Il presunto collega ha mostrato il suo casellario giudiziale - è il quarto anno di fila che lo fa - dove «c’è scritto nulla», quindi ha gongolato come se stringesse in mano un’indulgenza per l’altro mondo. Penalmente, è incensurato: esattamente come Silvio Berlusconi. Però Berlusconi è prescritto: anche Travaglio, visto che l’ultima sua condanna penale è andata in prescrizione il 4 gennaio 2011.
Nei sette minuti supplettivi da lui sequestrati a Servizio Pubblico, in sostanza, Travaglio ha spiegato di essere il migliore come sempre: migliore dei colleghi e direttori berlusconiani «condannati per diffamazione», loro sì, e migliore dei giudici che «non hanno capito» perché l’hanno condannato, migliore dell’intera stampa italiana che dopo Servizio Pubblico «la differenza tra penale e civile non l’hanno capita neanche loro». A meno che a questa differenza, più semplicemente, i giornali italiani non abbiano dato l’importanza che Travaglio le attribuisce. Il presunto collega, infatti, continua a parlare (da solo) come se le condanne civili non nascessero comunque da un illecito e da un cattivo giornalismo, e come se il primo a mischiare e pubblicare le condanne penali e civili dei colleghi, a suo tempo, non fosse stato lui. Ora che la sua stessa arma gli si ritorce contro, tuttavia, ecco fiorire distinguo su distinguo: e così giovedì sera ha cercato di separarsi dai «direttori berlusconiani, loro condannati più e più volte, loro sì diffamatori professionali», gente diversa da «noi, che non abbiamo nessuna condanna per diffamazione». Interessante. Ma una risposta a tono, purtroppo, implicherebbe l’elenco dei suoi amici e colleghi che sono incappati pure loro in condanne per diffamazione, magari con la specifica che anche il grande Indro Montanelli ne ha collezionate a bizzeffe, di condanne. E così pure tutti i grandi del giornalismo. Per rispondere a tono, cioè, dovremmo contribuire al gioco idiota e prediletto da Travaglio in tutti questi anni: sostituire la fedina penale alla carta d’identità, spiegare ai più beoti tra i suoi fans che un giornalista condannato per diffamazione sia tutta ‘sta cosa. Meglio di no. Meglio lasciare a Travaglio il suo certificato di purezza, glielo lasciamo noi e glielo lasciano tutti i suoi direttori regolarmente condannati per diffamazione.
1) Solo, ecco: si difenda un po’ meglio, almeno. Giovedì sera ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.
2) Poi ha detto che una causa - persa col magistrato Filippo Verde - gli è andata male «perché il giudice ha capito» una cosa sbagliata. Colpa del giudice. Il quale, a dir il vero, nella sentenza ha scritto che Travaglio si era espresso «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata». Ma questo non c’era bisogno di dirlo a Servizio Pubblico.
3) Però ha detto, Travaglio: «Avevo scritto che Confalonieri doveva vergognarsi di accusare la sinistra di voler espropriare Mediaset come a Piazzale Loreto», e questa semplicemente è stata ritenuta dal giudice «una critica eccessiva». Tutto qui. Agli amici di Servizio Pubblico non ha detto altre cose, però. Non ha detto che, secondo il giudice, lui - Travaglio - aveva dato per certe «ipotesi d’accusa non ancora accertate», che aveva riferito «illeciti non veritieri», che le notizie riferite da Travaglio «devono ritenersi non conformi al principio della verità e pertanto devono ritenersi sussistenti gli estremi del reato di diffamazione». Ops, scandalo, il giudice ha scritto «reato» nonostante fosse una causa civile. Un altro ignorante da segnare sul quadernino, Marco.
4) Poi Travaglio ha detto: «Ho scritto che Confalonieri era imputato assieme a Berlusconi nel processo Mediaset, ma non che era imputato per un altro reato. Il giudice ha capito che gli avessi detto che era imputato per lo stesso reato». Colpa del giudice.
5) Travaglio ha spiegato, poi, d’esser stato condannato per aver evocato «la metafora della muffa e del lombrico» riferita al presidente del Senato, Renato Schifani. Una metafora, ha detto il presunto collega, che era riferita eventualmente al successore di Schifani, non a Schifani. E però - ha detto agli amici di Servizio Pubblico - «il giudice o non ha capito o non ha apprezzato la battuta». Colpa del giudice. Non ha capito.
6) Travaglio ha poi riassunto nel seguente modo la condanna civile per causa della collega Susanna Petruni: «Una giornalista della Rai, berlusconiana di ferro, mi ha denunciato perché ho detto che è una berlusconiana di ferro. Dodicimila euro m’è costata». Eh no. Travaglio l’aveva definita «non obiettiva e asservita al potere della maggioranza di governo...», con episodi specifici di cronaca politica «narrati con evidente parzialità». Poteva dirlo.
7) Infine: Travaglio ha parlato di una condanna (penale, ma prescritta) elargita «perché avevo riassunto troppo un verbale di ottanta pagine in una pagina dell’Espresso... bastava che Previti mi mandasse una rettifica... ». Fine. E così non ha sentito il bisogno di riferire, ai gonzi di Servizio Pubblico, le parole utilizzate dal giudice: «Accostamento insinuante», «omissione evidente», «significato stravolto», «distorta rappresentazione del fatto... al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti». Questo in primo grado. In Appello: «È appena il caso di ribadire la portata diffamatoria!, «vi è prova del dolo da parte del Travaglio». Prova. Dolo. Travaglio.
filippo facci
Il presunto collega ha mostrato il suo casellario giudiziale - è il quarto anno di fila che lo fa - dove «c’è scritto nulla», quindi ha gongolato come se stringesse in mano un’indulgenza per l’altro mondo. Penalmente, è incensurato: esattamente come Silvio Berlusconi. Però Berlusconi è prescritto: anche Travaglio, visto che l’ultima sua condanna penale è andata in prescrizione il 4 gennaio 2011.
Nei sette minuti supplettivi da lui sequestrati a Servizio Pubblico, in sostanza, Travaglio ha spiegato di essere il migliore come sempre: migliore dei colleghi e direttori berlusconiani «condannati per diffamazione», loro sì, e migliore dei giudici che «non hanno capito» perché l’hanno condannato, migliore dell’intera stampa italiana che dopo Servizio Pubblico «la differenza tra penale e civile non l’hanno capita neanche loro». A meno che a questa differenza, più semplicemente, i giornali italiani non abbiano dato l’importanza che Travaglio le attribuisce. Il presunto collega, infatti, continua a parlare (da solo) come se le condanne civili non nascessero comunque da un illecito e da un cattivo giornalismo, e come se il primo a mischiare e pubblicare le condanne penali e civili dei colleghi, a suo tempo, non fosse stato lui. Ora che la sua stessa arma gli si ritorce contro, tuttavia, ecco fiorire distinguo su distinguo: e così giovedì sera ha cercato di separarsi dai «direttori berlusconiani, loro condannati più e più volte, loro sì diffamatori professionali», gente diversa da «noi, che non abbiamo nessuna condanna per diffamazione». Interessante. Ma una risposta a tono, purtroppo, implicherebbe l’elenco dei suoi amici e colleghi che sono incappati pure loro in condanne per diffamazione, magari con la specifica che anche il grande Indro Montanelli ne ha collezionate a bizzeffe, di condanne. E così pure tutti i grandi del giornalismo. Per rispondere a tono, cioè, dovremmo contribuire al gioco idiota e prediletto da Travaglio in tutti questi anni: sostituire la fedina penale alla carta d’identità, spiegare ai più beoti tra i suoi fans che un giornalista condannato per diffamazione sia tutta ‘sta cosa. Meglio di no. Meglio lasciare a Travaglio il suo certificato di purezza, glielo lasciamo noi e glielo lasciano tutti i suoi direttori regolarmente condannati per diffamazione.
1) Solo, ecco: si difenda un po’ meglio, almeno. Giovedì sera ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.
2) Poi ha detto che una causa - persa col magistrato Filippo Verde - gli è andata male «perché il giudice ha capito» una cosa sbagliata. Colpa del giudice. Il quale, a dir il vero, nella sentenza ha scritto che Travaglio si era espresso «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata». Ma questo non c’era bisogno di dirlo a Servizio Pubblico.
3) Però ha detto, Travaglio: «Avevo scritto che Confalonieri doveva vergognarsi di accusare la sinistra di voler espropriare Mediaset come a Piazzale Loreto», e questa semplicemente è stata ritenuta dal giudice «una critica eccessiva». Tutto qui. Agli amici di Servizio Pubblico non ha detto altre cose, però. Non ha detto che, secondo il giudice, lui - Travaglio - aveva dato per certe «ipotesi d’accusa non ancora accertate», che aveva riferito «illeciti non veritieri», che le notizie riferite da Travaglio «devono ritenersi non conformi al principio della verità e pertanto devono ritenersi sussistenti gli estremi del reato di diffamazione». Ops, scandalo, il giudice ha scritto «reato» nonostante fosse una causa civile. Un altro ignorante da segnare sul quadernino, Marco.
4) Poi Travaglio ha detto: «Ho scritto che Confalonieri era imputato assieme a Berlusconi nel processo Mediaset, ma non che era imputato per un altro reato. Il giudice ha capito che gli avessi detto che era imputato per lo stesso reato». Colpa del giudice.
5) Travaglio ha spiegato, poi, d’esser stato condannato per aver evocato «la metafora della muffa e del lombrico» riferita al presidente del Senato, Renato Schifani. Una metafora, ha detto il presunto collega, che era riferita eventualmente al successore di Schifani, non a Schifani. E però - ha detto agli amici di Servizio Pubblico - «il giudice o non ha capito o non ha apprezzato la battuta». Colpa del giudice. Non ha capito.
6) Travaglio ha poi riassunto nel seguente modo la condanna civile per causa della collega Susanna Petruni: «Una giornalista della Rai, berlusconiana di ferro, mi ha denunciato perché ho detto che è una berlusconiana di ferro. Dodicimila euro m’è costata». Eh no. Travaglio l’aveva definita «non obiettiva e asservita al potere della maggioranza di governo...», con episodi specifici di cronaca politica «narrati con evidente parzialità». Poteva dirlo.
7) Infine: Travaglio ha parlato di una condanna (penale, ma prescritta) elargita «perché avevo riassunto troppo un verbale di ottanta pagine in una pagina dell’Espresso... bastava che Previti mi mandasse una rettifica... ». Fine. E così non ha sentito il bisogno di riferire, ai gonzi di Servizio Pubblico, le parole utilizzate dal giudice: «Accostamento insinuante», «omissione evidente», «significato stravolto», «distorta rappresentazione del fatto... al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti». Questo in primo grado. In Appello: «È appena il caso di ribadire la portata diffamatoria!, «vi è prova del dolo da parte del Travaglio». Prova. Dolo. Travaglio.
filippo facci
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giovedì 9 agosto 2012
DISTIMIA
Dove sei, Distimia?
Sei sparita, eh?
Non sei più mia!
Tieni,
ti faccio le boccacce!
Sei sparita, eh?
Non sei più mia!
Tieni,
ti faccio le boccacce!
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