DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)

venerdì 9 agosto 2013

Il Dio-Scalfari


ARCHIVIO › ANDREA'S VERSION

9 agosto 2013

Le avrete viste senz’altro anche voi, io personalmente le ho lette con l’attenzione che meritavano. Tre, mi pare di ricordare, sono le domande che Eugenio Scalfari ha rivolto direttamente al Papa. Se una persona priva della fede, e che non la ricerchi, possa essere perdonata dal Dio cristiano nel caso commetta ciò che per la Chiesa è peccato. Se la Chiesa consideri un errore, o non piuttosto un peccato, la posizione di colui che non creda all’esistenza dell’assoluto e, per conseguenza, nemmeno all’esistenza di una verità assoluta. E se, questa la terza domanda, con la presumibile fine della nostra specie scomparirà anche Dio, non esistendo più nessuno in grado di pensarlo. Bene, ma veniamo al punto: sono passate già 24 ore e il Papa ancora non gli ha risposto.
E va bè, diamogli ancora un po' di tempo, a Franceschino...
L'importante , nel frattempo, è che il Dio-Scalfari continui a credere in se stesso...

L'Isola dei famosi magistrati


Ieri mattina il conduttore di Omnibus, talk show della Sette, ha rivolto la domanda delle domande ad Alessandro Barbano, il direttore del Mattino di Napoli. È stato Barbano a pubblicare l’intervista suicida del giudice Antonio Esposito, diventato famoso nel mondo per aver letto in Cassazione, e in diretta televisiva, la sentenza di condanna per Silvio Berlusconi. Il conduttore di Omnibus gli ha chiesto: «Perché il dottor Esposito si è fatto intervistare?». La risposta di Barbano mi ha colpito: «Per ebbrezza mediatica». 
Quelle tre parole dipingono meglio di lunghi discorsi il vizio assurdo che va dilagando in Italia. L’ebbrezza può essere provocata dal vino o dalla droga. Ma nel caso che domina sulle prime pagine dei giornali, e sta in testa ai tigì, l’origine è un’altra, ben più invasiva: è il potere dei media, sempre più assoluto, quasi totalitario.
Può sembrare un paradosso. I media cartacei sono in crisi dappertutto, anche negli Stati Uniti, lo dimostra la vendita del Washington Post. La pubblicità è in calo, i lettori pure. Anche la tivù è in affanno. Gli spot rendono sempre di meno. Persino un colosso come la Rai, che pure ha il grande salvagente del canone obbligatorio, sembra arrivato alla canna del gas. Eppure nell’immaginario collettivo la televisione resta l’unico potere in grado di certificare l’esistenza di un personaggio, di uno sport, di una scoperta scientifica, di un film, di un libro.
Lo vedo anche da quanto capita a me. A volte vengo fermato per strada da un signore o una signora che mi dice: «Lei è il dottor…Non ricordo il suo nome, ma la faccia sì, l’ho vista in televisione!». Succede che un amico mi chieda: «Giampaolo sei ammalato?» «Grazie a Dio no, perché me lo domandi ?». «Perché è da un pezzo che non vai in tivù, nessuna intervista, niente comparsate, neppure nel più sfigato dei talk show!».
Un tempo persino i leader politici si offrivano di rado alle telecamere. Volete un esempio? Enrico Berlinguer, il segretario generale del Pci. Andare in tivù gli procurava l’orticaria. Quando nel giugno 1976 ci andò per obbligo, poiché era il momento di Tribuna elettorale, il suo arrivo negli studi Rai di via Teulada fu evento di quelli rari. Nel cortile lo aspettava una folla mai vista. Certo, anche in Rai i militanti comunisti erano molti, ma ad attenderlo si vedevano pure tanti i curiosi, radunati per assistere a uno spettacolo che si sarebbe ripetuto chissà quando.
L’irrompere sulla scena di Berlusconi ha cambiato tutto. Anche i politici più distratti si sono accorti che esistere per la tivù significava esistere per l’Italia e dunque per i loro elettori. Da allora pure le comparse della Casta, di solito parlamentari di ultima fila, invadono tutti i giorni i teleschermi.
Oggi si è arrivati all’assurdo che signore e signori nessuno, spesso mezze calzette, passano ore e ore negli studi televisivi. Saltando da una trasmissione all’altra, senza un minimo di pudore. Lo stesso fa un circo di giornalisti che non cambiano mai e nell’arco di ventiquattro ore  partecipano a due, tre, quattro talk show. 
Perché lo fanno? La risposta di Barbano, un direttore capace e astuto, è la più valida: l’ebbrezza mediatica è un pusher potente, ti spinge alla droga e al tempo stesso te la fornisce. È questo virus ad aver condotto il giudice Esposito a commettere l’errore della propria vita. Uno svarione che gli resterà appiccicato fin che scampa.
Lo scrivo con molto rispetto. Sono un vecchio signore cresciuto in un’Italia che riteneva i magistrati un ordine quasi divino, creato da Iddio perché difendesse gli umili contro le arroganze dei potenti. Mio padre Ernesto, messo a faticare sui campi quando aveva appena nove anni, sperava che il Giampa, unico figlio maschio, diventasse un giudice oppure, in subordine, un funzionario del Parlamento. Quando gli rivelai che volevo fare il giornalista, ci rimase male.
Per questo oggi osservo con delusione la caduta rovinosa del dottor Antonio Esposito. Ho sempre ritenuto che un magistrato settantenne, arrivato al vertice della carriera come presidente di sezione della Cassazione, fosse diventato impermeabile a qualsiasi tipo di errore, soprattutto a quelli di stile. Mi dicevo: non può sbagliare, essendo l’ultima istanza di un cittadino che chiede giustizia. Dunque non ha il diritto di commettere passi falsi, tanto meno per una questione che lo coinvolge.
Purtroppo per lui, e anche per noi, il dottor Esposito l’ha combinata grossa, salvo che il prosieguo delle indagini non accerti il contrario. E la sta già pagando cara. Se la mia faccia fosse comparsa sulla prima pagina di un quotidiano sovrastata da un titolo enorme, «Il bugiardo», non avrei più il coraggio di uscire di casa, neppure se mi ritenessi innocente. Ma come diceva mia nonna, mai pretendere di insegnare ai gatti in che modo si superano i muri.
Temo che la tanto invocata riforma della giustizia non andrà in porto. Ma se accadesse, vorrei vedere che contiene una nuova norma sacrosanta. Dovrebbe recitare così: per tutti i magistrati in attività esiste il divieto assoluto di dare interviste, di apparire in tivù, e già che ci siamo di scrivere articoli destinati ai giornali. Questo è un altro vizio che sta dilagando. Con risultati grotteschi: il magistrato editorialista, un esemplare sempre più diffuso, di solito è una schiappa che induce una noia profonda negli eventuali lettori.
A ciascuno il suo mestiere. E per tutti, toghe comprese, una regola d’oro: chi sbaglia, paga. Nelle democrazie degne di questo nome, nessuno è considerato infallibile. Pagano i medici se spediscono all’altro mondo un paziente, per un errore che poteva essere evitato. Perché non dovrebbero pagare i magistrati se, sbagliando, mandano in galera un cristiano innocente? 
di Giampaolo Pansa


giovedì 8 agosto 2013

Fiducia 'inttà ggiustizzia



Lettera 3
Certo che siamo proprio un popolo di artisti. Nu' carabbiniere ballerino: poteva mai avere una presentazione migliore, chillo ggiudice chiacchiarune ca nun sà tenè 'o segreto? Ce potessimo pure fà 'na canzuncella: "Pulecenella e 'o carabbiniere", di Esposito-Apicella; canta Silvio; dirige l'orchestra il Maestro Napolitano.
Vittorio Pulecenella InFeltrito


mercoledì 7 agosto 2013

Dubbi 3


C'è una sentenza che riguarda il Carlo De Benedetti e il Gruppo Espresso multato di 225 milioni perplusvalenze e una condanna che riguarda Silvio Berlusconi e i diritti Mediaset. Due vicende simili, due sentenze aspramente criticate dai due diretti interessati,  De Benedetti e il Cavaliere, appunto, che sono però state trattate in maniera esattamente opposta dai giudici e dai giornali.

Un doppiopesismo giudiziario, scrive oggi il Giornale, testimoniato dai fatti. Vediamoli: nel 2012 la Commissione tributaria regionale di Roma ha condannato il Gruppo Espresso a pagare 225 milioni di euro, il totale delle imposte non pagate nel 1991 all'epoca della fusione dell'editoriale La Repubblica in vista della sua quotazione in borsa. I pagamenti sono però stati congelati perché un'altra sezione della Commissione tributaria ha poi accolto la richiesta di sospensione della riscossione avanzata dal Gruppo. 

Insomma, De Benedetti avrebbe ottenuto un enorme vantaggio fiscale da una serie di operazioni societarie realizzando un'elusione fiscale da 234 milioni. Un illecito tributario non un reato penale perché la questione penale si era risolta anni fa con l'assoluzione di tutti gli imputati "perché il fatto non sussiste". Sulla maxi multa il Gruppo Espresso ha parlato di "sentenza manifestatamente infondataoltreché palesemente illegittima sotto numerosi aspetti di diritto e di merito". Addirittura, conclude il Giornale, la legale dell'Espresso Livia Salvini parla di "abnormità di pronunce che pretendono di disconoscere i vantaggi fiscali", ovvero lo stesso rilievo dei ricorsi di Coppi e Ghedinisulla vicenda dei diritti Mediaset che però non si è risolta con una multa per gli amministratori della società ma in una condanna penale con interdizione dai pubblici uffici per l'azionista. 


martedì 6 agosto 2013

Berlusca ha rotto, ma ...Giustizia con la minuscola


Lettera 5
OK, Napulità: fiducia nella Giustizia; ma davvero ha la "G" maiuscola, cù 'sti Espositi accà? Vittorio Quaraquaquà InFeltrito


Lettera 3
Caro Dago,
Durante una cena, il Cassazionista Esposito avrebbe sparlato di quel Berlusconi che poco tempo dopo avrebbe condannato in via definitiva. La colpa però è del Cavaliere, il quale avrebbe dovuto, per una volta, imitare Vendola e andare a cena con il giudice che doveva giudicarlo. P.S. Più che dei campionissimi come Coppi, i difensori di Silvio sono sembrati dei Malabrocca.
Salve Natalino Russo Seminara


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(Adnkronos) - "Quella dell'Anm nei confronti del presidente Esposito e' un'indecente difesa corporativa". Cosi' Enrico Costa, capogruppo Pdl commissione giustizia alla Camera, commenta le dichiarazioni dell'Anm sull'intervista del presidente della sezione feriale di Cassazione Esposito. "Il tentativo di minimizzare, giudicandole semplicemente inopportune, le frasi di Esposito dimostra ancora una volta -aggiunge- che l'Anm e' totalmente priva di onesta' intellettuale: sono sempre pronti ad attaccare il centrodestra e a fare le vittime ma neanche di fronte all'evidenza riescono ad essere obiettivi se ad essere criticati sono i loro iscritti".


LA LOTTIZZAZIONE — «Praticamente tutti i posti di potere sono ormai lottizzati dalle correnti - scrive Tinti - . Il sistema funziona più o meno così: a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a procuratore di Poggio Belsito. Alle prossime elezioni del Csm possiamo quindi candidare Carmelo…». Tinti descrive nei dettagli il funzionamento dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm regionali che a loro volta «pre-selezionano » i magistrati che poi il Consiglio superiore della magistratura dovrà scegliere per gli incarichi direttivi. «I candidati contattano i loro santi protettori… Le lodi si sprecano, ogni corrente sostiene il suo candidato, che certe volte è espertissimo e altre non ha mai ricoperto quel ruolo ma è proprio quello che si vuole, talvolta è il più anziano talvolta il meno anziano ma molto più bravo, e così via», spiega il magistrato torinese. E sul blog si trova il resto.

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7 agosto 2013

Sarà anche vero che un giudice, anzi, diciamo pure un presidente, della Corte di Cassazione avrebbe fatto meglio a non rilasciare interviste. E sarà anche vero che non avrebbe dovuto motivare su un giornale la sentenza appena emessa. E’ perfino possibile pensare, seguendo analoghi criteri di giudizio, che comportamenti simili avviliscano l’idea stessa di giustizia, minando l’autorevolezza e la credibilità di chi la guida ai suoi livelli più elevati. Tutto questo si può concedere. Ma come non sentirsi confortati dalla lungimiranza di una Cassazione la quale ha stabilito per tempo che un paese dove la Cassazione compie simili stronzate non è comunque definibile un paese di merda? 


Bravo Panebianco (con un ma)

Il caso Esposito e quella magistratura che non lascia riformare la politica

L’intervista concessa al Mattino da Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della corte di Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, rappresenta un inaudito atto di arroganza. Spetterà ad altri valutare le conseguenze giudiziarie, ma è evidente la volontà di celebrare il trionfo del “potere” giudiziario sulla politica, anche anticipando motivazioni peraltro contraddittorie di una sentenza che assume sempre di più il carattere di un pronunciamento politico. Lo squilibrio tra potere politico e “potenza” giudiziaria, ricordato magistralmente da Angelo Panebianco nell’articolo di fondo del Corriere della sera di ieri, non avrebbe potuto esprimersi in maniera più plastica (e preoccupante).

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domenica 4 agosto 2013

Dubbi. 2


"....Ma uno sconosciuto signore, certo Silvio Berlusconi, scese in campo per contrastare il passo al partito comunista e in due mesi vinse le elezioni ottenendo il governo del Paese. Da quel momento si scatenò contro di lui una azione ininterrotta della magistratura che nel ’94 fece cadere il governo, tramite un’accusa di corruzione cui seguì una assoluzione con formula piena, una azione che si sviluppò poi con oltre 50 processi di cui 41 conclusi senza essere riusciti a raggiungere una condanna.
Io non sono mai stato socio occulto di alcuno, non ho ideato mai alcun sistema di frode fiscale, nella storia Mediaset non esiste alcuna falsa fattura, così come non esiste alcun fondo occulto all’estero che riguardi me e la mia famiglia.

Dal videomessaggio di Berlusconi, 2 Agosto.

Dubbi. 1


Una sentenza da Quarto mondo

Parla Ben Ammar: “I giudici così mettono al bando metà paese”

La decisione della Corte di Cassazione, che due giorni fa ha confermato la condanna a quattro anni per frode fiscale inflitta a Silvio Berlusconi dalla Corte d’Appello di Milano (che pure dovrà rideterminare la pena accessoria, cioè l’interdizione dai pubblici uffici), “riguarda più l’Italia che Berlusconi stesso”. Una sentenza – è il ragionamento dell’imprenditore e produttore cinematografico Tarak Ben Ammar – che segnala una “deriva in atto che mette a rischio la vostra democrazia”. Ben Ammar, giramondo nato in Tunisia e tra le altre cose consigliere d’amministrazione di Telecom e Mediobanca, parla con il Foglio e sottolinea che il tentativo definitivo di eliminazione di un leader politico per via giudiziaria “rende indiscutibile, agli occhi di tutti, che un problema di democrazia c’è. Che se Montesquieu teorizzava la separazione dei poteri come base della Repubblica, e se la stessa è ancora vigente negli Stati Uniti e sempre meno nella Francia in cui vivo, allora oggi in Italia c’è un problema di democrazia. Ora con questa sentenza siete entrati nel ‘Quarto mondo’, e lo dico da uomo del cosiddetto ‘Terzo mondo’ che tenta di portare il suo paese e la sua cultura nel ‘primo mondo’”. Ben Ammar, classe 1949, attraverso Quinta Communications controlla la rete privata tunisina e panmagrebina Nesma, dal 2012 è proprietario anche del canale egiziano On-Tv cedutogli da Naguib Sawiris, per un totale di 50 milioni di spettatori al giorno, “un progetto di modernizzazione della società”, lo definisce lui stesso. Ben Ammar usa parole dure per descrivere la situazione italiana, ma senza ditino alzato, parla piuttosto col tono affranto dell’amante che si sente un po’ tradito dal nostro paese: “A partire da Tangentopoli, il potere giudiziario è diventato sempre più forte. Al punto che ormai, anche quando ha ragione, finisce per avere torto da un punto di vista istituzionale”. Troppo interventista, insomma, al di là dei limiti che gli sarebbero consentiti. Sarà, ma se a dirlo è lei, vicinissimo all’ex presidente del Consiglio… “Di più, io di Berlusconi sono amico fraterno. Per questo non ne metto nemmeno in discussione l’etica personale”. (segue dalla prima pagina)
“Conosco Berlusconi nei suoi segreti più intimi – dice Ben Ammar – non c’è sua scelta di cui non sia al corrente. Non è l’uomo nero delle trattative segrete, tanto che nella comunità economica e finanziaria spesso si scherza: ‘Non diciamolo a Silvio, altrimenti poi lo sapranno tutti’. Insomma, si dice che le sentenze non si commentano, ma nella storia ce ne sono state molte di sbagliate: in questo caso sono certo che Berlusconi non abbia lasciato operare evasori o corruttori nella sua azienda, Mediaset, o in combutta con essa. L’ho già detto: l’unico suo socio straniero sono stato io, lo rimango e sono geloso”. Ride. E poi serio: “Finora non avevo mai commentato i suoi processi, soprattutto quelli in corso, ma adesso non posso non parlare di uno scandalo che si trascina dal 1993, cioè da quando Berlusconi ha deciso di fare politica”. Due sere fa, dopo aver registrato e trasmesso il videomessaggio di commento alla Cassazione, l’ex presidente del Consiglio ha risposto a quella di Ben Ammar tra le prime telefonate in arrivo: “Gli ho fatto i complimenti. E’ il classico uomo cui puoi guardare nell’anima attraverso gli occhi. Ha parlato con il cuore in mano, era commosso. Gli ho detto che mamma Rosa lo aveva ascoltato – io sono un credente – e che lo invitava sicuramente a seguire il suo cuore”.
E’ dal momento della discesa in campo, ragiona Ben Ammar, che qualcuno ha preferito sfidare Berlusconi non sul piano della politica, ma dicendo agli italiani che non potevano votarlo: “Perché c’era il conflitto d’interessi, perché era ineleggibile, perché era un mafioso, un pedofilo, ora un evasore. Ma nonostante questi ‘consigli’, milioni di italiani hanno continuato e continuano a votarlo. Mentre nonostante le tante assoluzioni, come avete scritto sul Foglio, ci saranno milioni di italiani che continueranno a non votarlo. Questa sentenza è importante, però, perché conferma la teoria del ‘Berlusconi perseguitato’”.
Ben Ammar non intende minimizzare un altro messaggio che ritiene di intravvedere tra le righe della sentenza e soprattutto nella reazione dell’opposizione politica a Berlusconi. “Ancora una volta, il mio ragionamento parte dalla conoscenza personale che ho di Berlusconi, da un episodio che potrà far sorridere. Sono anni che gli propongo di fare assieme un giro del mondo. Lui ogni volta mi risponde: ‘Devo prima completare la mia riforma politica dell’Italia’. Ecco, quello che la magistratura tenta di cassare è il sogno di un uomo della cosiddetta società civile. Ricordo che quando ero al liceo, in una scuola cattolica di via Aurelia a Roma, rimasi colpito da una frase di John Kennedy, presidente degli Stati Uniti: ‘Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese’. Ora è noto a tutti che, se un domani ci saranno altri ‘Berlusconi’, questi saranno sottoposti allo stesso tipo di attacco sistematico”. Quel che non è mai andato giù a molti, è soprattutto il carattere di “outsider” di Berlusconi: “Eliminato lui o altri come lui, le strade rimarrebbero aperte ai soli professionisti della politica, alle solite vecchie lobby e ai soliti attori del vecchio e stantìo sistema finanziario. Ma oggi quel sistema non va giù agli stessi italiani. Vedo sempre più spesso, infatti, imprenditori che rinunciano a fare affari in Italia, banche che non prestano, milioni di italiani che convogliano la loro sacrosanta frustrazione in un voto di mera protesta come quello per Grillo, e la disoccupazione che aumenta”.
Perciò, continua Ben Ammar, quel che più apertamente dovrebbe essere discusso è l’intento pedagogico insito nell’offensiva giudiziaria e mediatica: “Da anni c’è un élite, anche mediatica se penso per esempio all’importante gruppo Espresso, che continua a ripetere ‘questo uomo è il male’, oppure ‘questo uomo è la mafia’, ‘questo uomo è il capitalismo’, e via dicendo. Questa élite non comprende una buona parte del suo stesso popolo. A molti italiani continua di fatto a dire: ‘Potrete contare soltanto quando sarete come noi’. Eppure perfino i francesi, che conosco bene e che non sono mai stati magnanimi con voi italiani, hanno dovuto in qualche modo lodare Berlusconi, come emerge dalla lettura dei giornali di oggi (ieri per chi legge, ndr)”. Conclude l’imprenditore tunisino: “Ecco, a quelle élite che in tutti i modi vogliono far fuori Berlusconi, anche senza tenere conto della volontà popolare, dico: mi ricordate quegli occidentali o quei fondamentalisti islamici che in Egitto e altrove continuano a dire a noialtri che la democrazia ci farebbe male, che sarebbe meglio se ci attenessimo a quanto suggeriscono loro. Ma vorrei vedere cosa succederebbe se domani si andasse al voto. Se gli italiani non preferirebbero una rivoluzione totale ai consigli dei soliti noti”.

venerdì 2 agosto 2013

Investire in Italia?


Marchionne non è simpatico. Non mi è simpatico. Forse peggio di lui, come empatia, ci sono gli Agnelli. Che però, come lui, mica sono scemi. Anzi. La Fiat, va detto, ha sfruttato a suo tempo i momenti opportuni del conflitto sociale, per far pesare il suo bilancio traballante anche sul bilancio del Paese, chiedendo - in cambio di occupazione e produzione - cassa integrazione ed aiuti. Le auto, esclusi pochissimi modelli, oggi non sono nè belle nè competitive. Le relazioni sindacali, oggi, sono all'osso ed al limite della rottura. Le idee, ieri ed oggi, quando gli ingegneri ce l'hanno, la Fiat le vende ai concorrenti e non le sfruttano neanche un po'. Minacciano. Piagnucolano. Tutto vero. Ma... Ma, investire in Italia, è davvero impossibile. Su questo Marchionne ha ragione da vendere. Mille ragioni. Una burocrazia al limite della follia. La nostra vocazione industriale che è al lumicino. La chimica è morta. L'edilizia è defunta. Il manifatturiero stenta. Le infrastrutture sono fatiscenti. I processi di trasformazione sono emigrati all'estero. Non abbiamo materie prime ma tanta mano d'opera a costi proibitivi. Importiamo energia. Il turismo è gestito da dilettanti allo sbaraglio. Tassazioni sopra il livello di guardia. Migliaia di leggi. Labirinti politici inossidabili ed indecisi a tutto. Il fatturato regge per ora solo per i meriti delle PMI e per l'esportazione di prodotti di nicchia ad alto valore aggiunto. E forse per il comparto agricolo, ancora sulla cresta dell'onda. Leggo di persone che, sulle minacce di Marchionne, dicono con leggerezza: "Marchionne? E' un bastardo capitalista. Dice che porta via la Fiat fuori dall'Italia? Ma chissene frega, lo faccia". A me invece frega. E molto. Perchè quando ci saranno solo i pubblici dipendenti a macinare il PIL, non ci sarà più da mangiare per nessuno. Nè per noi, nè per i Panda. Perchè un Panda, macchina o animale, non si può macinare. Punto.
Michele Pizzuti

giovedì 1 agosto 2013

American saying

If you always do what you’ve always done, 
you will always get what you’ve always got.

martedì 23 luglio 2013

Mah....

Eppure, non so perchè, io non ci credo; e, visti i tempi dell' italica Giustizia, spero di vivere abbastanza per vedere come finisce:


Sanità Abruzzo, Ottaviano Del Turco condannato a 9 anni e 6 mesi

I pm di Pescara avevano chiesto la condanna a 12 anni di reclusione. All'imprenditore Angelini, accusatore dell'ex governatore, inflitti 3 anni e mezzo. L'ex governatore dice di sentirsi umiliato: "Credo nella giustizia, ma troppe commistioni tra magistrati".


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1 - IL VERO CANCRO DELL'ITALIA 
Ottaviano Del Turco rivela che ha una grave forma di leucemia e, visti i tempi della giustizia italiana, non è detto che veda la fine del suo processo. Ovviamente questo non c'entra con la sua colpevolezza o con la sua innocenza, ma certo impressiona parecchio e deve far riflettere. Nove anni di galera per tangenti senza che sia stato trovato un euro sono davvero tanti, anche se contro l'ex sindacalista della Uil ci sono ben cinque testimoni. In ogni caso, comunque la si pensi sulla Sanitopoli abruzzese, ecco un'altra prova che il vero cancro dell'Italia non sono i giudici (come disse una volta il Banana), ma il pessimo funzionamento della giustizia, prima civile e poi penale.
Ottaviano Del TurcoOTTAVIANO DEL TURCO
Anche qui abbiamo un processo che riguarda fatti di otto anni fa e che impiega cinque anni ad arrivare al primo grado. C'è stata una custodia cautelare assolutamente inutile e barbara. C'è stata una campagna mediatica a favore di Del Turco decisamente esagerata, grazie al fatto che comunque era un pezzo grosso e ha un figlio al solito Tg5 dei "figli di", e forse anche controproducente. Ma non sta scritto da nessuna parte che un imputato debba aspettare in silenzio la propria condanna mentre alcuni giornali lo massacrano di intercettazioni.
lain34 ottaviano del turcoLAIN34 OTTAVIANO DEL TURCO
E se è per questo, qui abbiamo anche un procuratore capo, l'ormai pensionato Nicola Trifuoggi, che è stato capace di dire che "è colpa di Del Turco se in Abruzzo si aspetta un anno e mezzo per una mammografia oncologica". Adesso il problema oncologico ce l'ha l'ex ministro delle Finanze.
Ma ce l'ha anche l'Italia, e bello grosso. Siamo un paese che spaventa gli investitori esteri con l'incertezza del suo diritto e dove qualunque cittadino, se solo sfiorato dalla giustizia, può entrare in tunnel dal quale, se ti va bene, esci rovinato economicamente. Un posto dove i diritti della difesa sono sempre più compressi, con un codice dove decine di fattispecie penali create ai tempi del fascismo "dormono" in attesa di essere usate dal regime di turno contro questo o quel "disturbatore". Dove le carceri sono fuorilegge, eccetera eccetera.
Nicola TrifuoggiNICOLA TRIFUOGGI
2 - LE MELE CON LE PERE 
Repubblica registra ma non gioisce: "Del Turco condannato a nove anni. ‘Così prese mazzette per sei milioni dal re delle cliniche d'Abruzzo. Pescara, il giudice sbaglia a leggere la sentenza e dà all'ex governatore tre mesi in più". "Quelle tangenti nella busta con le mele, ecco le foto che hanno convinto la Corte. La difesa e una perizia sospetta per smontare la prova regina". Poi l'intervista al condannato: "A me la stessa pena di Tortora. Ho un tumore, ma voglio vivere per dimostrare la mia innocenza" (pp. 11).
Innocentista il Corriere: "Il Telepass, le foto, le mele. Quei buchi nell'inchiesta" (p. 5). Infatti l'hanno condannato. Forse non era il titolo giusto nel giorno giusto. Equilibrata la Stampa: pezzo di cronaca sulla sentenza e giusta intervista a Del Turco che più o meno ripete quanto detto al Corriere ("E' un processo senza prove. Mi sento come Enzo Tortora", p. 11). Idem sul Messaggero, che aggiunge un allucinante virgolettato del Trifuoggi: "Come per Enimont, non serve trovare i soldi delle tangenti" (p. 11).
ENZO TORTORAENZO TORTORA
Gode il Cetriolo Quotidiano, con Travaglio che mette in fila una serie di assoluzioni preventive a mezzo stampa e poi ci attacca sotto il dispositivo della sentenza di ieri ("The Pirler's List", p. 1). Protesta il Giornale con Gian Marco Chiocci, che conosce bene le carte dell'inchiesta ("Del Turco condannato senza prove" p. 1) e che ricorda come i carabinieri volessero arrestare il grande accusatore Angelini, ma per farlo dovettero andare alla procura di Chieti.
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IL NUOVO CASO TORTORA? - DEL TURCO: “CONDANNATO PER LE FANTASIE DI UN BANDITO” – “HO UN TUMORE, VOGLIO VIVERE PER DIMOSTRARE LA MIA INNOCENZA”

Del Turco ha preso la stessa condanna di Tortora: “Non c’è una prova, solo un castello di menzogne” – “È una vendetta dei padroni dell’Abruzzo: dai ras della sanità a chi ha costruito le autostrade 6 metri più strette” – “Ma quali mazzette, la casa l’ho comprata dall’Inps, viaggio in Panda e passo i natali a Collelongo”… - -

Corrado Zunino per "la Repubblica"
Ottaviano Del TurcoOTTAVIANO DEL TURCO
Nel salotto che mostra il profilo scarno dei Monti dei Lupi, lupi marsicani, Ottaviano Del Turco, 69 anni, l'ultimo segretario del Partito socialista italiano nato nel Novecento, già ministro delle Finanze (che importò i Bingo e fece pagare le evasioni fiscali a Pavarotti), ex presidente della Regione Abruzzo (e in tale veste è stato condannato a 9 anni e 6 mesi), rivela: «Da tre mesi so di avere un tumore, da due sono in chemioterapia. Domani andrò a Roma a chiedere al professor Mandelli di darmi cinque anni di vita, cinque anni per dimostrare la mia innocenza e riabilitare la giunta della Regione Abruzzo che ho guidato».
Ottaviano Del Turco - Copyright PizziOTTAVIANO DEL TURCO - COPYRIGHT PIZZI
Ha gli occhi gonfi, più volte si perdono a guardare il nulla. «Sono un figlio di Sandro Pertini, sono un socialista che ai congressi diceva, rivolgendosi a Bettino Craxi: "Tra noi c'è troppa gente elegante, gente che nello sguardo non mostra alcuna passione politica". Sono sempre stato un militante della democrazia attento alle degenerazioni del partito. Oggi devo sentirmi dire che ho preso tangenti per sei milioni e due: condannato sulla base delle invenzioni di un bancarottiere».
Ottaviano Del TurcoOTTAVIANO DEL TURCO
Presidente Del Turco, perché un imprenditore della sanità cresciuto a finanziamenti pubblici come Vincenzo Maria Angelini a un certo punto sceglie, come sostiene lei, di distruggerla? In sette interrogatori ha reso confessioni dettagliate.
«Angelini doveva girare sul presidente della Regione Abruzzo i suoi guai. Le aziende gli stavano fallendo, nessuno le voleva comprare, soldi pubblici non ce n'erano più. Doveva costruire un castello di fantasie per spostare su di me il peso dell'inchiesta. C'è riuscito. Nel suo primo interrogatorio, sa, disse: Del Turco non ha mai preso un euro. Il pm lo minacciò: "Rifletta su quello che sta dicendo". E lui, istruito dal suo avvocato, dall'interrogatorio successivo ha iniziato a spargere menzogne fantasiose».
vil41 ottaviano de turco moVIL41 OTTAVIANO DE TURCO MO
Presidente, saranno fantasie, forse non sarà vero che l'imprenditore Angelini sia venuto - come testimonierebbero i telepass autostradali - settantadue volte a casa sua per pagare tangenti. È un fatto che lei, presidente di una Regione che ha l'ottanta per cento del suo bilancio impegnato nella sanità, ha ricevuto Angelini in questo salotto cinque volte.
«Vuole farmi anche lei il processo? A casa mia ho ricevuto tutti (Del Turco si drizza sulla poltrona a fiori, il figlio Guido spegne il film che scorre su RaiTre). Ad Angelini, io, ho tagliato le unghie. Altroché delibere in cui elargivamo denari per prestazioni non erogate, sulle cliniche private regionali ho attivato gli ispettori e dopo tre anni ho riportato 80 milioni nelle casse della Regione. Ho fermato i padroni dell'Abruzzo, loro si sono vendicati».
pd52 ottaviano del turcoPD52 OTTAVIANO DEL TURCO
Chi sono i padroni dell'Abruzzo?
«Angelini e i suoi concorrenti, l'associazione Aiop. Insieme fanno il cento per cento della sanità privata. I ras delle cliniche erano stati abituati dalle giunte precedenti a prendersi tutto».
Poteri locali, ma forti, contro di lei.
«Certo. Vogliamo parlare dei monopolisti autostradali che hanno costruito corsie sei metri più strette rispetto al resto d'Italia e pretendono le stesse tariffe? Vogliamo parlare dei gestori idrici che dichiarano che l'acqua di Pescara è quasi buona? Ho rivelato i nomi, la magistratura non ha voluto indagare. Ho fatto un errore grave: ho voluto affrontare questi privati prepotenti tutti insieme e ho perso. Sono stato un massimalista, queste battaglie vanno fatte una per volta».
La magistratura ha trovato riscontri alle parole di Angelini. Lei, dice la Finanza, il giorno dopo aver ricevuto una tangente di 200 milioni avrebbe versato sui conti della sua compagna 239 milioni per l'acquisto della casa Inps di via Crescenzio, a Roma. Vivevate lì dai tempi di Affittopoli.
«Quei 239 milioni erano frutto di polizze assicurative aperte nel 2001. Soldi miei, guadagnati nel corso di una vita in politica. E la trattativa con l'Inps per l'acquisto della casa era iniziata nel 2003».
enzo tortoraENZO TORTORA
C'è una foto, scattata dall'autista di Angelini, in cui si vede l'imprenditore consegnarle una busta sull'uscio di casa. Una dazione, dice l'accusa.
«Sa cosa c'era dentro quella busta? Castagne, noci e mele. E la foto era di un anno prima rispetto alla presunta tangente. Le nostre perizie hanno smontato tutto».
Le vostre perizie non hanno convinto i giudici.
«Mi hanno condannato senza una prova applicando in maniera feroce il teorema Angelini. Oggi in Italia molti presidenti di corte sono ex pm che si portano dietro la cultura accusatoria. Il risultato, spaventoso, sono nove anni e sei mesi basati sulle parole di un bandito. Ho preso la stessa condanna di Tortora, e questo mi dà sgomento. Quando il pm chiese dodici anni, una pena che in Italia non si dà neppure per i più efferati omicidi, ho capito che stava cercando un bersaglio per una condanna esemplare. Hanno cercato disperatamente le prove per quattro anni e non hanno mai trovato un euro, né la traccia di un euro. D'altronde viaggio in Panda e trascorro i natali a Collelongo».
Franco MariniFRANCO MARINI
Presidente Del Turco, lei è ancora un uomo del Pd?
«Da cinque anni non faccio attività politica, non la farò mai più. Il Pd ha così paura dei giudici che non è neppure capace di difendere un suo dirigente innocente. Franco Marini mi è stato vicino, tanti sono scappati. Veltroni mi scrisse una cosa orribile, da inquisizione: "Sono certo che dimostrerai la tua innocenza". In uno stato di diritto è l'accusa che deve dimostrare la mia colpevolezza e non ha dimostrato niente».
Nelle ultime settimane da presidente della Regione, Prodi le inviò un commissario a causa dei bilanci della sua sanità. Lei cercò una sponda in Letta e Berlusconi.
«Anche gli avversari politici mi riconoscono che la sanità abruzzese, io, l'ho risanata. Non voglio buttarla in politica. Voglio solo dedicare quel che ho ancora da vivere a riprendermi l'onore».
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23 luglio 2013

Dunque l’hanno condannato e la pena inflitta in primo grado è molto pesante, quasi dieci anni. L’entità non deve stupire perché non solo il reato è grave ma il processo, per come si era messo, non offriva possibilità di mediazioni. Possibile che un personaggio politico moralmente irreprensibile come Ottaviano Del Turco, che fu scelto dai socialisti quando era loro assolutamente necessario eleggere un segretario al di sopra di ogni sospetto, sia divenuto, alla fine della sua carriera politica una sorta di satrapo che addirittura pretendeva che le tangenti gli venissero portate a domicilio? Quale terribile torsione o diabolica doppiezza ha caratterizzato la sua vita ? In un caso simile le prove dovrebbero essere evidenti e gli accusatori tanto se ne resero conto che parlarono, al momento dell’arresto, di prove schiaccianti. Salvo poi alla fine del processo modificare alcuni capi di imputazione perché la difesa aveva dimostrato che in determinati giorni, citati dai pm nel capo d’accusa, Del Turco sicuramente non aveva potuto commettere il reato che gli era imputato. “E’ vero”, rispose l’accusa, “vorrà dire che cambieremo la data”. Si potrebbe scegliere anche altro, ma forse è questo l’esempio più evidente per mostrare che di questa vicenda sentiremo ancora parlare.
di Massimo Bordin   –   @MassimoBordin

E dunque,

CHI VIVRA'

VEDRA.

lunedì 22 luglio 2013

Palle

Lettera 4
Il guru-mago Casaleggio ha una palla di vetro? E gli Italiani normali ne hanno due. Rotte.
Vittorio Castrato InFeltrito

martedì 16 luglio 2013

Miss Boldrini


Lettera 11
Egregio signor Dago,
leggo delle dichiarazioni della signora Presidente della Camera che avrebbe osservato che in televisione solo il 2% delle donne presenti parlerebbe, mentre il restante 98% sarebbe costituito da "donne nude o mute".
Avrei alcune brevi considerazioni da porre:
boldriniBOLDRINI
1 - non mi è più chiaro quale sia il ruolo istituzionale del Presidente della Camera che ricordavo essere un ruolo di controllo e verifica delle attività svolte dalla Camera dei Deputati e non di commentatore più o meno preparato o accreditato sulle vicende di costume di questo nostro Paese;
3 - la quota del 98% di donne televisivamente mute mi pare sia ottimamente controbilanciato dalle continue e spesso discutibili uscite della stessa Presidente della Camera.
2 - in ogni caso conosco molte persone anche influenti che preferirebbero che la signora in questione facesse parte del 98% di donne mute;
4 - personalmente mi sono davvero stufato di vivere in un Paese in cui i vertici politici interferiscono continuamente con il linguaggio e le abitudini dei cittadini da loro amministrati, imponendo agli stessi cittadini schemi linguistici e di comportamento sociale. Non mi pare un meccanismo molto diverso da quello utilizzato dal MinCulPop che aveva il compito di controllare la cultura e organizzare la propaganda negli anni Trenta.
Anacleto Mitraglia
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"Miss Italia" io non la guardo, ma SOTTOSCRIVO.

La Procura del Sommo e quella del Nano

Lettera 4
"Ci vorrebbe una Procura indipendente dalla politica, quale purtroppo non è mai stata, almeno nei suoi vertici, quella di Roma." Così ha detto il SommoTravaglio. Già, lui può. Ma guai se qualcuno dice altrettanto della Procura di Milano.
Vittorio Ilsommoeilnano InFeltrito