DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)
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giovedì 25 ottobre 2018

Pansa...per sè



Lettera 21
Gianpaolo Pansa annuncia che dopo tanti anni tornerà a votare. Perché? Perché stanno per tagliargli la pensione! Fa proprio tanto Italianuccio, questa cosa: per gli interessi del Paese non si va a votare ma appena sono in ballo i propri allora sì che ci si va. Signor Pansa, non le viene il dubbio che se lei e i troppi altri astenuti foste sempre andati a votare per qualcuno (il meno peggio lo si trova, volendo!) forse l’evoluzione della politica e la situazione italiana avrebbero potuto essere diverse?

Ora lei dice che l’Italia è “un disperato paese di creduloni”; ebbene, se questi hanno vinto (purtroppo) le elezioni è perché non le hanno snobbate. Lei sì; si prenda allora la sua parte di responsabilità nel non aver contrastato, con il voto, i creduloni.
Vittorio ChiPansapersènonfatre ExInFeltrito

martedì 14 luglio 2015

Il prode Prodi






Ha ragione Maurizio Belpietro: non è stata l’eventuale compravendita di qualche senatore a far cadere il secondo governo di Romano Prodi. A ucciderlo furono gli alleati del Professore e il tragicomico ambiente dell’Unione di centrosinistra. Fu l’ennesima prova che le sinistre italiane erano inadatte, e sono, a guidare il paese. Si curavano soltanto del proprio interesse. Le meschinerie di partito prevalevano su tutto. Il loro personale di governo risultava un insieme di arroganti incapaci e di ridicole macchiette. E su tutto dominava la vocazione al suicidio, l’irresistibile piacere di impiccarsi da soli al loro stesso albero. Una specialità del socialcomunismo italico.
Ancora prima che nascesse il governo, ossia all’inizio della campagna elettorale del 2006, Prodi venne trattato dagli alleati come un avversario da ostacolare. Voleva presentare una propria lista con il suo nome, ma gli dissero di no. A nome dei Ds e della Margherita, il rifiuto gli venne comunicato da Piero Fassino e da Francesco Rutelli. Per una ragione meschina: avevano il timore di rendere troppo forte Prodi, grazie a una piccola truppa di elettori che si fidavano soltanto di lui.
Può sembrare strano, ma i più ostili al Professore erano i cattolici della Margherita. Non lo volevano come candidato premier. E quando fu sicuro che sarebbe stato lui a guidare il centrosinistra, lo boicottarono in tutti i modi possibili. A cominciare da Ciriaco De Mita, Franco Marini, Dario Franceschini, oggi ministro di Renzi, e Paolo Gentiloni, che adesso guida gli Esteri.
Niente lista? Allora il Prof chiese di poter disporre almeno di una consistente pattuglia di parlamentari prodiani. La tirchieria ottusa dei partiti dell'Unione glie ne concesse appena cinque. Infine Prodi chiese che si presentasse la lista dell’Ulivo non soltanto alla Camera, ma pure al Senato. La risposta dei capi partito fu incredibile: a Montecitorio sì, a Palazzo Madama no. Perché? Confesso di non averlo mai capito.
Il 17 maggio 2006, L’Ulivo vinse le elezioni, ma soltanto per un pelo. Alla Camera, su 38 milioni di schede scrutinate, il vantaggio fu appena di 25 mila voti, poi rafforzato dal premio di maggioranza. Ma al Senato il Prof ebbe a disposizione un margine molto ristretto: 158 seggi contro 156. In compenso, il programma di governo risultò adatto a un regime totalitario, destinato a durare vent’anni. Dopo un tira e molla estenuante fu varato un volume di trecento pagine. Ecco la prova regina che l’Unione di centrosinistra, un cartello di ben nove partiti, era un’accozzaglia di forze non soltanto diverse, ma incompatibili tra loro.
A distinguersi per l’atteggiamento idiota furono le sinistre radicali. Prodi le chiamava «le mie frange lunatiche». Rifondazione comunista voleva dal Prof un’anticipazione di socialismo. Fausto Bertinotti lo definiva con un ghirigoro di parole: «L’uscita dal ciclo economico e politico degli ultimi cinque anni del governo Berlusconi, con la volontà di invertire la strada degli ultimi vent’anni».
Quando le urne vennero aperte e si cominciarono a contare i voti, Prodi si rese conto di essere finito su un tavolaccio di chiodi roventi. In un’intervista che mi concesse per l’Espresso, aveva detto: «Guardi che a me non piace mediare. Io voglio governare». Ma il primo sforzo al quale lo costrinsero fu una trattativa estenuante sulla composizione del governo.
Un programma obeso poteva figliare soltanto un esecutivo di dimensioni ciclopiche. Il risultato fu mostruoso: un premier, due vicepremier, 23 ministri, 10 viceministri, 66 sottosegretari. Totale: 102 eccellenze, o 101 se escludiamo il Prof. Un record mondiale. Prodi si trovò a guidare anche signore e signori che gli erano ignoti. Ma con il vantaggio di essere ben piazzati nei piani alti dei partiti che li avevano imposti.

Nel corso di un’altra intervista, il Prof mi rivelò: «Avevo proposto un governo di soli quindici ministri. Mi sono ritrovato con venticinque, compresi i due vicepremier. E sa perché? Me lo ricordo bene il giorno che Fassino e Rutelli entrarono insieme nella mia stanza a Palazzo Chigi. E mi dissero: devi dare nove ministri ai Ds e sei alla Margherita. Il resto è venuto da sé».
Tutti quei ministri e la corte sterminata dei sottosegretari si fecero conoscere subito dall’Italia per la voglia spudorata di esternare. Dopo la nascita del governo, sull’Italia intera cominciò un bombardamento parolaio a tappeto. Tanto violento da far sembrare quello degli Alleati su Dresda, verso la fine della seconda guerra mondiale, un’innocua scarica di mortaretti.
Il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, disse subito no al ponte sullo stretto di Messina. Il ministro Di Pietro gli replicò: tocca a me parlarne, non a te. Pecoraro Scanio aggiunse: sono d’accordo con Bianchi, investiamo nei parchi nazionali i soldi che non si devono spendere per il ponte. La Bindi esternò sui Pacs, le coppie di fatto. Gentiloni sulla legge Gasparri per la Rai. Ministri e viceministri di Rifondazione chiesero di abolire la sfilata del 2 giugno perché l’Italia era votata alla pace e non alla guerra.
Un altro ministro di Rc, Ferrero, gridò no ai lager di accoglienza per gli immigrati. La senatrice rifondarola Patrizia Sentinelli chiese il ritiro della missione in Afghanistan. Paolo Cento, paracadutato all’Economia, materia a lui del tutto sconosciuta, sproloquiò sulla Tobin Tax e sulla ripresa economica che di per sé non era un bene. Il più brillante fu il bresciano Elidio De Paoli, chiamato il Leghista rosso, nominato sottosegretario alle Politiche giovanili e attività sportive. La sua prima dichiarazione sorprese l’Italia: «Sia chiaro che di sport non mastico niente. Per me il tamburello o le bocce pari sono».
Contro ogni previsione, il secondo governo Prodi riuscì a durare sino alla fine del gennaio 2008. Poi cadde sotto una frana messa in moto dal ministro della Giustizia, Clemente Mastella. I pm di Napoli gli avevano spedito agli arresti domiciliari la moglie Alessandrina Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania. Lo stesso Mastella era inquisito. Secondo un libro di Rodolfo Brancoli, stretto collaboratore di Prodi, il ministro si era fiondato nello studio del Prof, urlando: «Se mi vogliono fare il culo, ve lo faccio prima io!».
Ma il governo appariva da tempo un malato terminale, corroso giorno dopo giorno dalle divisioni interne. E soprattutto dal continuo sabotaggio di Rifondazione comunista. Dopo le elezioni del 2006, Fausto Bertinotti aveva affrontato Prodi a muso duro: «O mi dai la presidenza della Camera o mi fai ministro degli Esteri». Ottenne lo scranno più alto di Montecitorio che doveva andare a D’Alema. Tuttavia i suoi colonnelli non smisero di attaccare il Prof. Il nuovo segretario rifondarolo, Franco Giordano, era solito dire: «Mi considero un leader dell’opposizione». E il solito Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, riteneva «una buona notizia» che alla Fiat Mirafiori ci fosse stato uno sciopero contro il governo.
Nell’andarsene da Palazzo Chigi, il premier confidò a Brancoli: «Quando fallisce per due volte lo sforzo di costruire un’alternativa riformista, per molti anni sarà impossibile governare». Una profezia azzeccata, come tutti possono constatare.
di Giampaolo Pansa
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Non è che non lo si sapesse, tutto questo.
Però ora Renzi sta governando.
E ciò che è patetico è sentire il prode Prodi che dice, senza paura del ridicolo, che lui sarebbe ancora presidente del consiglio !!!

«C'erano dei rumors , delle voci di cui non sapevo nulla, come ho detto al giudice. Se l'avessi saputo sarei ancora presidente del Consiglio».


martedì 10 marzo 2015

La paura della dittatura

Venerati maestri di giornalismo della mia giovinezza, caro Scalfari, caro Pansa, ma che vi prende, voi che siete così diversi mai siete stati così in sintonia. Davvero pensate che Palazzo Chigi sia il Cremlino, che Renzi sia Putin senza ombrello bulgaro, che stiamo vivendo in un regime di oligarchi?

martedì 27 maggio 2014

Il Grillo ha sparlato troppo


PIAZZE PIENE, URNE VUOTE - PANSA: GRILLO HA COMMESSO L’ERRORE FATALE DI PENSARE CHE LE TUTTE PERSONE IN PIAZZA EQUIVALESSERO A VOTI, QUANDO INVECE SI VOLEVANO GODERE UNO SHOW ...A GRATIS



Piazze piene, urne vuote. L'aveva già detto sessant'anni fa il leader socialista Pietro Nenni, durante la campagna elettorale del Fronte popolare nell'aprile 1948.Comunisti e socialisti erano convinti di vincere non soltanto perché avevano un'arroganza senza limiti, ma poiché vedevano un mare di gente ai loro comizi. Nenni era più schietto di Palmiro Togliatti e un giorno se ne uscì con quella profezia.



Molto azzeccata, dal momento che le sinistre persero il confronto con la Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi. Nel Movimento Cinque stelle nessuno ha avuto l'accortezza di rammentare il monito di Nenni al generalissimo Beppe Grillo. Lui si era convinto di vincere. Sino all'ultimo lo ha garantito alle sue truppe e ai possibili elettori strillando: «Vinciamo, anzi stravinciamo, abbiamo già vinto!».Non si rendeva conto di avere di fronte un'illusione ottica: una serie di piazze stracolme.
Da comico patentato, avrebbe dovuto pensare che quelle migliaia di persone stavano lì per godersi un show senza pagare il biglietto. Non lo ha fatto. Si è costruito da solo il proprio disastro. E adesso vediamo il perché. Il primo motivo sta nel carattere di Grillo. Lui è uno spaccone, un ganassa direbbero in Lombardia.
Mentre dalle mie parti, nel Basso Piemonte, userebbero per lui una espressione curiosa: è uno sgiafelaleon, il tipo che si crede capace di prendere a schiaffi anche i leoni. In versione pagliaccesca, piuttosto che da carogna. Il capo stellare si è sempre presentato così al proprio pubblico.
Con l'aiuto gratuito dei media televisivi, sempre disposti a mandare in onda personaggi e spettacoli da catalogare sotto la rubrica «Strano,ma vero». L'elenco delle prodezze di Grillo è impressionante. Si va dall'impresa fisico-sportiva di attraversare a nuoto lo Stretto di Messina per comiziare in Sicilia, sino a quelle politico-minacciose.

Mi è rimasto impresso ciò che ha detto martedì 20 maggio, nell'entrare a Montecitorio per impartire ai suoi gli ultimi ordini prima del voto europeo. Mentre attendeva l'ascensore,ha scorto due commessi e non ha resistito al gusto della battuta sadica: «Quando verremo qui, licenzieremo un po'di questi signori!». Renato Brunetta ha commentato: «Ai commessi è andata bene, perché Grillo non li ha invitati a fare un giro in auto sul suo Suv».

Tutte offerte, giorno dopo giorno, dal suo blog, testimonianza non contestabile del piacere di stupire e, insieme,di mettere paura. Grillo non ha mai perso l'occasione per presentarsi come uno pronto a schiaffeggiare i leoni. Anche quando non li aveva di fronte.

Il Grillo trionfante ci lascia in eredità un ritratto penoso di se stesso. Costruito senza prudenza con una serie infinita di ganassate. Dopo la vittoria, faremo i processi ai politici, agli imprenditori, ai giornalisti. Indagheremo a fondo sui loro patrimoni nascosti, sulle falsità, sulle infedeltà fiscali.
Il pugno duro non risparmierà nessuno, come dimostrano le espulsioni dei parlamentari stellati che rifiutano di obbedire ai miei comandi.Grillo era talmente sicuro del proprio potere assoluto da non temere di contraddirsi.Dopo aver vietato per mesi a senatori e deputati di andare in tivù, all'improvviso gli ha imposto di presentarsi a tutti i talkshow.
BEPPE GRILLO NUOTA NELLO STRETTO DI MESSINABEPPE GRILLO NUOTA NELLO STRETTO DI MESSINA
Con il risultato di mostrare la fragilità di tanti dei suoi. E Grillo non è stato il solo a montarsi la testa.Anche il suo socio Gianroberto Casaleggio ha pisciato fuori dal vaso, per usare un lessico da bar. Aveva sempre taciuto, nella convinzione che il mistero lo rendesse più forte. Ma quattro giorni prima del voto europeo, ha regalato al «Fatto quotidiano» un'intervista sterminata, scritta da Marco Travaglio.
Due paginate pompose e incaute che si chiudevano con tre parole rischiose. Alla domanda se credesse davvero che i grillini sarebbero arrivati davanti al Partito democratico, Casaleggio ha risposto: «Ci credo veramente». Travaglio gli ha ricordato che Grillo diceva spesso: «Se perdo le elezioni europee, mi ritiro».
Replica del guru: «Non ci credo, non è il tipo. Lo dice ogni tanto, per stanchezza. Ma anche lui persegue l'obiettivo di portare i Cinque Stelle al governo. Poi magari si ritira un minuto dopo. Anche se lo fanno ministro». Però Grillo seguita a ripetere la medesima solfa. E spesso la completa con una spiegazione che non deve sfuggirci: «Se perdomi ritiro,perché non sono adatto a questo paese!».
È un corollario interessante dal momento che apre uno spiraglio sulla vera ragione del disastro elettorale del suo partito.Non essendo adatto all'Italia di oggi,Grillo ha commesso l'errore fatale per un leader politico: non ha saputo capire come sono fatti gli italiani del 2014. Siamo da sempre un popolo di moderati che non amano le avventure.
grilloGRILLO
Lo prova il fatto che per quasi cinquant'anni abbiamo mandato al governo la Democrazia Cristiana. Pure chi votava il Pci di Togliatti, di Longo e di Berlinguer sapeva di affidarsi a una parrocchia che aveva rinunciato alle velleità rivoluzionarie o estremiste. E garantiva una stabilità senza troppe scosse. Oggi l'Italia è un paese spaventato dalla crisi economica globale.
GRILLO A SAN GIOVANNIGRILLO A SAN GIOVANNI
Teme di diventare sempre più povero. Se possiede dei risparmi in banca, ha paura di vederli falcidiati o addirittura sparire. Le tasse lo opprimono. Per non parlare del resto: la burocrazia strapotente, la criminalità organizzata, l'immigrazione clandestina senza controllo. Anch'io faccio parte di questa Italia. E come milioni di altri cittadini, non amo il caos, rifiuto i politici incapaci, pasticcioni,velleitari.
beppe grillo a firenzeBEPPE GRILLO A FIRENZE
Respingo chi promette miracoli che non è in grado di fare. Penso che al governo ci debba stare chi si adopera a farci uscire dal buio sempre in agguato.Magari sbagliando qualche passaggio, però senza traumi eccessivi. In una parola, non avrei votato Grillo neppure con una rivoltella puntata alla nuca. Ma oggi il Super comico stellare ha la metà dei voti conquistati dal Pd di Matteo Renzi.
E' un parolaio dimezzato, un predicatore che si èmesso il tappo in bocca da solo.Rimarrà sulla scena a romperci i corbelli, come temo, oppure ci offrirà la sorpresa di ritirarsi a vita privata nella villona ligure? E' troppo presto per azzardare un pronostico. Sarà più interessante vedere quale uso farà di questa vittoria il presidente del Consiglio. L'unico augurio che mi sento di inviare a Renzi è di nonmontarsi la testa.
Grillo Napoli IMG U C F U UND x LaStampa NAZIONALE k UE U UND x LaStampa it
Quello di domenica 25 maggio è un trionfo legato a tutte le promesse di riforma che ci sta offrendo. Usi con giudizio la grande occasione che gli hanno offerto gli elettori, compresi i tanti che non possono certo dirsi tifosi del Partito democratico. Infine dimostri di avere una sola certezza: la guerra alla crisi continua e la strada per arrivare alla vittoria sarà ancora lunga, lunga, lunga.

(G. Pansa) 

lunedì 26 maggio 2014

Grillo-Pansa


All’inizio la storia dei Cinque stelle è sembrata un piccolo spettacolo allestito da due impresari che intendevano raccattare un po’ di pubblico. Uno era un comico al di là dei sessant’anni, ormai fuori moda, ignoto ai giovani della movida e dei rave party: Beppe Grillo. L’altro era un manager che discettava di fantapolica e immaginava un pianeta dove tutti sarebbero stati felici: Gianroberto Casaleggio, un sessantenne. E sulle prime il loro è sembrato un banale cabaret, abbastanza volgare.
Tra i due si distingueva Grillo, per le concioni sarcastiche contro i politici. E per il vezzo di storpiare i cognomi o etichettare gli avversari con soprannomi irridenti. Il presidente Napolitano era Morfeo, Monti era Rigor Mortis, Berlusconi uno Psiconano, Vendola un Busone, Prodi l’Alzheimer, Renzi l’Ebetino. Poi è accaduto qualcosa che neppure la magica coppia si aspettava.
È entrato in campo un alleato strapotente. Non era la Rete tanto strombazzata, bensì una Cosa enormemente più forte: la crisi economica globale, con i suoi drammatici corollari. Il disagio sociale e l’avversione sempre più radicale per i politici professionali, dal presidente della Repubblica sino all’ultimo parlamentare o burocrate di partito.
Chi conosce la storia europea sa bene che le nazioni messe a terra da una guerra o da una grande depressione, con governi deboli che non sanno fronteggiarla, di solito partoriscono dei mostri. È accaduto in Italia all’inizio degli Anni Venti con la nascita del fascismo e l’avvento di un dittatore, Benito Mussolini. Ed è avvenuto in Germania al principio degli anni Trenta, con l’irrompere sulla scena di Adolf Hitler e del nazismo, pronto a sterminare gli ebrei.
Sino a oggi in Italia ci è andata bene. La Grande Crisi ha prodotto soltanto la coppia Grillo & Casaleggio. Almeno finora, perché quanto accadrà in seguito può rivelarsi un guaio ben più orrendo. Quale sia nessuno lo sa. Per il momento i Cinque stelle e i loro due capi sono gli unici figli della Maxi Depressione. Però non si può escludere che, prima o poi, anche loro siano costretti a lasciare il posto a qualcosa e a qualcuno ben più aggressivo e spietato. Un vero mostro autoritario che, come primo gesto, li annullerà.
Tuttavia, per rimanere a quanto vediamo adesso e che gli italiani dovranno giudicare oggi, anche la coppia G&B ha già prodotto una serie di disastri. Il primo è di aver contaminato la politica italiana, e gran parte della nostra società, con il virus della violenza e della vendetta. Ben prima dell’arrivo dei Cinque stelle, la Casta aveva già rivelato tutti i suoi vizi, a cominciare dalla corruzione, dal malgoverno e dall’impotenza a decidere. Ma non aveva mai praticato, e neppure predicato, la violenza come mezzo di lotta politica.
Durante la lunga stagione del terrorismo rosso e nero, i partiti avevano saputo alzare un argine in difesa di un modello sociale che escludeva la liquidazione fisica dell’avversario. Se ripenso a quel ventennio, che ho vissuto anch’io da cronista e in un caso sulla mia pelle, mi appare un miracolo che l’Italia non sia andata in frantumi per i tanti delitti politici e per il clima di sopraffazione indotto dalla follia sanguinaria delle bande armate.
Ma di fronte al virus della violenza, ripetuta e gridata da Grillo & Casaleggio, per di più rimesso in circolo a tutte le ore del giorno dai media televisivi, mi domando se ne usciremo indenni. Oppure se il loro veleno non abbia già prodotto effetti che per ora non misuriamo. Se il conflitto politico deve essere comunque un atto di forza, non vedo perché il seguace di G&B non debba metterlo in pratica contro il vicino di casa che rifiuta il vangelo pentastellato.
Nell’imminenza del voto odierno, il vertice grillista deve essersi domandato se incitare di continuo alla vendetta non provochi il rigetto di una quota dei loro elettori, i più ragionevoli. Qualche giorno fa, Grillo aveva portato con sé alla Rai il plastico di un carcere che vedeva dietro le sbarre le facce di parecchi big politici. Voleva mostrarlo al «Porta a porta» di Bruno Vespa, ma per fortuna gli hanno vietato di mostrarlo. E oggi il comico stellare sta tentando una grottesca marcia indietro per non impaurire chi potrebbe votarlo.
Nei suoi ultimi comizio Grillo si affanna a gridare: «Saremo cattivi, ma senza violenza». Spiega che i processi contro politici, giornalisti e imprenditori saranno soltanto dei «processini on line». Ma al tempo stesso continua a ripetere che la vittoria dei Cinque stelle alle elezioni europee produrrà «l’Apocalisse». Un terremoto che avverrà di certo perché, giura Grillo, «noi vinciamo, anzi stravinciamo!».
Come è ovvio, neppure lui possiede questa certezza. È valida l’ipotesi che possa anche perdere, ossia conquistare qualche punto percentuale in meno del suo unico competitore, Matteo Renzi, il premier e leader del Partito democratico. Ma a questo proposito il Bestiario ha una convinzione malinconica. È la seguente: sia nel caso che vinca, come nel caso che perda, Grillo rimarrà un incubo che non sparirà più dalla nostra vita e di cui sarà impossibile liberarci. E adesso proverò a spiegarmi meglio.
Se i Cinque stelle vincono in modo netto, mi pare impossibile che non ci siano conseguenze sul governo, come sostiene Renzi, e sull’assetto istituzionale. L’euforia per il successo elettorale inciterà Grillo ad andare all’attacco del Quirinale per chiedere le dimissioni di Napolitano. Nello stesso momento, l’assalto al presidente del Consiglio diventerà furibondo.
Renzi non potrà più dire di essere un premier legittimato dalle primarie democratiche. Allora aveva raccolto 2 milioni e 700 mila voti, ma quel consenso svanirà come nebbia al sole sfolgorante del trionfo grillesco alle Europee. La richiesta di formare subito un governo pentastellato, per il quale Grillo ha già indicato il premier, il vellutato Luigi Di Maio, verrà respinta. Ma servirà ad aprire una nuova campagna politica, sempre più furiosa. E non senza effetti per l’esecutivo di oggi, alle prese con una serie di misure pesanti ancora da concretare.
Tuttavia esiste anche l’ipotesi che Grillo & Casaleggio perdano. Ma pure in questo caso, lo scenario non sarà apocalittico, ma poco ci mancherà. È facile immaginare lo sconquasso che ne verrà. Il vertice grillesco comincerà a urlare che la sua sconfitta è dovuta ai brogli nel computo delle schede, compiuti dagli specialisti dell’apparato vetero Pci passato al Pd, «la peste rossa». Dirà che il voto è stato truccato. Grazie a un complotto ordito dalle grandi banche internazionali, da Obama e da Putin, dalla Spectre alleata con i servizi segreti dell’Ovest e dell’Est. Anzi dai marziani, finalmente scesi sul nostro pianeta per accoppare due leader amati dal popolo: il Comico stellare e il suo guru.
Per farla corta, comunque vada il voto di oggi, Grillo e le sue truppe resteranno qui a guastarci le giornate. Implacabili, vociferanti, impegnati senza tregua a tenere alta una tensione che fa del male a tutti, tranne che a loro. Infatti se la tensione cala, sparisce la maschera. E Grillo appare quello che è: un parolaio isterico, un predicatore pazzo.
Del resto, i Cinque stelle sono il sintomo più vistoso della nostra decadenza come nazione. E dureranno ancora per parecchio tempo. Sino a quando non arriverà qualcosa o qualcuno, una Depressione finale o un dittatore, che li spazzerà via insieme a tutti noi.
di Giampaolo Pansa

venerdì 9 agosto 2013

L'Isola dei famosi magistrati


Ieri mattina il conduttore di Omnibus, talk show della Sette, ha rivolto la domanda delle domande ad Alessandro Barbano, il direttore del Mattino di Napoli. È stato Barbano a pubblicare l’intervista suicida del giudice Antonio Esposito, diventato famoso nel mondo per aver letto in Cassazione, e in diretta televisiva, la sentenza di condanna per Silvio Berlusconi. Il conduttore di Omnibus gli ha chiesto: «Perché il dottor Esposito si è fatto intervistare?». La risposta di Barbano mi ha colpito: «Per ebbrezza mediatica». 
Quelle tre parole dipingono meglio di lunghi discorsi il vizio assurdo che va dilagando in Italia. L’ebbrezza può essere provocata dal vino o dalla droga. Ma nel caso che domina sulle prime pagine dei giornali, e sta in testa ai tigì, l’origine è un’altra, ben più invasiva: è il potere dei media, sempre più assoluto, quasi totalitario.
Può sembrare un paradosso. I media cartacei sono in crisi dappertutto, anche negli Stati Uniti, lo dimostra la vendita del Washington Post. La pubblicità è in calo, i lettori pure. Anche la tivù è in affanno. Gli spot rendono sempre di meno. Persino un colosso come la Rai, che pure ha il grande salvagente del canone obbligatorio, sembra arrivato alla canna del gas. Eppure nell’immaginario collettivo la televisione resta l’unico potere in grado di certificare l’esistenza di un personaggio, di uno sport, di una scoperta scientifica, di un film, di un libro.
Lo vedo anche da quanto capita a me. A volte vengo fermato per strada da un signore o una signora che mi dice: «Lei è il dottor…Non ricordo il suo nome, ma la faccia sì, l’ho vista in televisione!». Succede che un amico mi chieda: «Giampaolo sei ammalato?» «Grazie a Dio no, perché me lo domandi ?». «Perché è da un pezzo che non vai in tivù, nessuna intervista, niente comparsate, neppure nel più sfigato dei talk show!».
Un tempo persino i leader politici si offrivano di rado alle telecamere. Volete un esempio? Enrico Berlinguer, il segretario generale del Pci. Andare in tivù gli procurava l’orticaria. Quando nel giugno 1976 ci andò per obbligo, poiché era il momento di Tribuna elettorale, il suo arrivo negli studi Rai di via Teulada fu evento di quelli rari. Nel cortile lo aspettava una folla mai vista. Certo, anche in Rai i militanti comunisti erano molti, ma ad attenderlo si vedevano pure tanti i curiosi, radunati per assistere a uno spettacolo che si sarebbe ripetuto chissà quando.
L’irrompere sulla scena di Berlusconi ha cambiato tutto. Anche i politici più distratti si sono accorti che esistere per la tivù significava esistere per l’Italia e dunque per i loro elettori. Da allora pure le comparse della Casta, di solito parlamentari di ultima fila, invadono tutti i giorni i teleschermi.
Oggi si è arrivati all’assurdo che signore e signori nessuno, spesso mezze calzette, passano ore e ore negli studi televisivi. Saltando da una trasmissione all’altra, senza un minimo di pudore. Lo stesso fa un circo di giornalisti che non cambiano mai e nell’arco di ventiquattro ore  partecipano a due, tre, quattro talk show. 
Perché lo fanno? La risposta di Barbano, un direttore capace e astuto, è la più valida: l’ebbrezza mediatica è un pusher potente, ti spinge alla droga e al tempo stesso te la fornisce. È questo virus ad aver condotto il giudice Esposito a commettere l’errore della propria vita. Uno svarione che gli resterà appiccicato fin che scampa.
Lo scrivo con molto rispetto. Sono un vecchio signore cresciuto in un’Italia che riteneva i magistrati un ordine quasi divino, creato da Iddio perché difendesse gli umili contro le arroganze dei potenti. Mio padre Ernesto, messo a faticare sui campi quando aveva appena nove anni, sperava che il Giampa, unico figlio maschio, diventasse un giudice oppure, in subordine, un funzionario del Parlamento. Quando gli rivelai che volevo fare il giornalista, ci rimase male.
Per questo oggi osservo con delusione la caduta rovinosa del dottor Antonio Esposito. Ho sempre ritenuto che un magistrato settantenne, arrivato al vertice della carriera come presidente di sezione della Cassazione, fosse diventato impermeabile a qualsiasi tipo di errore, soprattutto a quelli di stile. Mi dicevo: non può sbagliare, essendo l’ultima istanza di un cittadino che chiede giustizia. Dunque non ha il diritto di commettere passi falsi, tanto meno per una questione che lo coinvolge.
Purtroppo per lui, e anche per noi, il dottor Esposito l’ha combinata grossa, salvo che il prosieguo delle indagini non accerti il contrario. E la sta già pagando cara. Se la mia faccia fosse comparsa sulla prima pagina di un quotidiano sovrastata da un titolo enorme, «Il bugiardo», non avrei più il coraggio di uscire di casa, neppure se mi ritenessi innocente. Ma come diceva mia nonna, mai pretendere di insegnare ai gatti in che modo si superano i muri.
Temo che la tanto invocata riforma della giustizia non andrà in porto. Ma se accadesse, vorrei vedere che contiene una nuova norma sacrosanta. Dovrebbe recitare così: per tutti i magistrati in attività esiste il divieto assoluto di dare interviste, di apparire in tivù, e già che ci siamo di scrivere articoli destinati ai giornali. Questo è un altro vizio che sta dilagando. Con risultati grotteschi: il magistrato editorialista, un esemplare sempre più diffuso, di solito è una schiappa che induce una noia profonda negli eventuali lettori.
A ciascuno il suo mestiere. E per tutti, toghe comprese, una regola d’oro: chi sbaglia, paga. Nelle democrazie degne di questo nome, nessuno è considerato infallibile. Pagano i medici se spediscono all’altro mondo un paziente, per un errore che poteva essere evitato. Perché non dovrebbero pagare i magistrati se, sbagliando, mandano in galera un cristiano innocente? 
di Giampaolo Pansa


lunedì 18 giugno 2012

Le tette di Sara Tommasi o quelle di Grillo?


Mi sta diventando simpatico, o quasi, Beppe Grillo. Lui si crede un grand’uomo, del tutto diverso e assai più astuto degli omuncoli blindati nella Casta. Anche molti italiani lo considerano un Superman della politica e dichiarano che lo voteranno con entusiasmo. In realtà il leader delle Cinque stelle è un politico come tanti altri. Ha gli stessi difetti, le medesime debolezze e le stesse loffiaggini di quelli che vorrebbe mandare a casa. 
Avevo sempre pensato che fossero dei mediocri, lui e la sua controfigura, Gianroberto Casaleggio. Ma adesso ne abbiamo una prova: la sterminata intervista concessa da Grillo a Marco Travaglio per il «Fatto quotidiano». E pubblicata in vista vision, su due paginate, mercoledì 13 giugno. 
«Libero», per la penna aguzza di Filippo Facci, ha sostenuto che Travaglio ha condotto l’intervista in ginocchio, comportandosi da zerbino di Grillo. Il Bestiario non la pensa come Facci. Sento dire che il vice direttore del «Fatto» è un tifoso del capo stellare. Se è così, in quel colloquio si è comportato da amico del giaguaro, giocando a Grillo un pessimo scherzo. Lo ha lasciato parlare, straparlare, sproloquiare senza limiti. Presentandolo al pubblico come un ridicolo bufalibron. 
Bufalibron è una vecchia parola di slang padano, soprattutto pavese. Indica un tizio che non sa un cavolo di niente, non s’intende di nulla, non ha mai aperto un libro, ma si è limitato a soffiare sulle pagine per farle scorrere e dare la sensazione di averle lette e meditate. Mi suggerisce questo l’identikit di Grillo tracciato da Travaglio. E adesso lo andiamo a vedere. 
Grillo è un presuntuoso, tanto da presentarsi ai lettori del «Fatto» come il  Grande Sterminatore che sta ammazzando i partiti. Con una forza e una velocità tali da costringerlo a suggerire alla Casta di suicidarsi con più lentezza: «Sono anni che dico che i partiti sono morti, ma adesso spariscono troppo rapidamente. Fate con calma, non esagerate a prendermi alla lettera».  
La presunzione lo spinge a dare di sé un ritratto irreale: «Sono vent’anni che giro il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, Premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi della terra. Mi sono informato, mi sono fatto un culo così, anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E adesso i partiti pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto!». 
Qualche riga dopo, il leader stellare cambia tono e si mostra impaurito: «La liquidazione del sistema è talmente veloce che domani rischiamo di svegliarci e di non trovare più nulla. E poi come si fa? Noi non siamo pronti a riempire un vuoto così grande». 
Già, chi colmerà questa assenza? Ecco una domanda che Travaglio poteva fare a Grillo. Anche presentandogli qualche ipotesi. Un potere davvero imbattibile? Le truppe della Nato? Una forza militare interna, per esempio i carabinieri? L’invasione di milioni di cinesi, già presenti sul territorio con nutrite avanguardie? 
La debolezza di Grillo emerge quando descrive come sarà il Parlamento bonificato da lui. Ne esce un bordello terrificante. Rappresentanti di liste civiche. Movimenti di gente perbene. Ragazzi. Professori. Esperti. Gli eletti delle Cinque stelle. I No-Tav. Quelli dell’acqua pubblica e dei beni comuni. I referendari. «Magari ci troviamo il povero Di Pietro, mi sa che stavolta non lo vuole nessuno». 
Grillo ritorna a spaventarsi. Non è nato ieri e sa bene che con questa Armata neo Brancaleone sarà impossibile governare. Infatti dichiara che si guarderà bene dall’andare a Palazzo Chigi: «L’ho detto e lo ripeto: io nel palazzo non ci entro, non mi lascio ingabbiare. Preferisco restare un battitore libero, un franco tiratore. Ma troveremo persone competenti e oneste per fare il premier e i ministri. E poi ci inventeremo un meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini». 
La paura di cimentarsi come uomo di governo spinge Grillo a diventare banale: «I ministri devono essere esperti nelle loro materie. Ci vuole una selezione molto stringente». Travaglio gli chiede chi deciderà se mantenere o no l’euro, sulla politica estera, sul diritto di cittadinanza, sull’immigrazione, sulla bioetica… Pensando a se stesso, Grillo replica: «Sono questioni troppo grandi perché possa decidere un non-leader. Faremo dei referendum popolari propositivi. In Svizzera fanno così da duecento anni. Lo so, è difficile. Ma è difficile anche continuare così». 
 È assai più facile rifugiarsi nelle illusioni. Siamo alla scappatoia di Grillo: «Destra e sinistra sono etichette preistoriche. Dobbiamo ricostruire un’identità, una comunità locale e nazionale. Se i cittadini, e non più i partiti, diventano lo Stato, anche nazionalizzare diventa una bella parola. In Italia ci sono un milione di volontari. Io ne vorrei 60 milioni. Il mio dentista, per qualche ora la settimana, dovrà operare gratis chi ha bisogno».
Grillo adesso ritorna allo stile che conosciamo: superficiale, semplicione, da chiacchiera al bar. La mitica spending review, il taglio della spesa pubblica, si può realizzare in un batter d’occhio. La Tav non serve, è sufficiente cancellarla e si risparmiano venti miliardi. Idem per i caccia bombardieri: aboliti, risparmio di quindici miliardi. Anche le province eliminate con un tratto di penna. Niente pensioni superiori ai tremila euro. I rifiuti delle grandi città? Meglio spedirli in Germania: «È un paese ecologicamente avanzato dove si brucia la minima parte, il resto viene separato, riciclato o va in discarica». 
Il Napoleone delle Cinque stelle ha un solo momento di sincerità e proprio nel finale del colloquio con Travaglio: «Per salvare l’Italia la gente si dia da fare, partecipi, rompa i coglioni, s’impegni. E io sarei il nuovo Mussolini? Più democratico di me non c’è nessuno. Lo so benissimo che non posso salvare l’Italia: io getto le basi, faccio il rompighiaccio, dissodo il terreno… Poi ogni cittadino deve camminare con le sue gambe. Io il mio lavoro l’ho fatto. Ora tocca agli italiani». 
E infatti molti italiani sembrano disposti a votarlo. Così sostengono i sondaggi. Danno le Cinque stelle al 21 per cento, una previsione che fa venire la pelle d’oca anche ai partiti più grandi. Il Bestiario considera questi sondaggi e la relativa strizza un regalo della Provvidenza. Guai se non ci fossero. E se non avessero questi risultati. L’arroganza della Casta non mostrerebbe nessuna crepa. I partiti butterebbero nel guardaroba dei cani anche la più piccola delle riforme. 
Eppure l’Italia ha bisogno dei partiti. Certo, debbono essere migliori di oggi, però una democrazia non può farne a meno. In Europa è iniziata la Terza guerra mondiale. Non ci bombardano le Fortezze volanti, ma i mercati internazionali. L’unica nostra difesa è di essere conservatori intelligenti. Anche augurarsi di continuo la morte del governo guidato da Mario Monti o di ritornare alla lira sono atteggiamenti suicidi. 
I professori hanno gettato le basi di un lavoro immane per rifondare l’Italia. Sostenere che si muovano con lentezza è privo di senso. Non esistono soluzioni semplici e rapide per questioni complesse che da anni nessuno affrontava.  Dobbiamo essere pazienti. Ma non nei confronti della Casta che rallenta il cambiamento. Ecco il nostro muro di Berlino. E per farlo cadere non dobbiamo impiegare decenni. 
L’unica soluzione che non produrrebbe nulla, e molto rischiosa, sarebbe  affidarsi a un piccolo demagogo con la zucca vuota. Come questo Grillo straparlante. Un signore dannoso anche a se stesso.
di Giampaolo Pansa