DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)
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sabato 9 febbraio 2019

A chi piace la manovra?


C’è in Italia e nel mondo un economista* a cui piace la manovra? 

Appello disperato in soccorso del governo. Scriveteci all’indirizzo mail: sosmanovra@ilfoglio.it



Roma. La manovra gialloverde è diventata anche un caso di studio internazionale: il prestigioso economista francese Olivier Blanchard l’ha descritta come uno di quei rari casi di “espansione fiscale restrittiva”, ovvero di aumento del deficit che fa ridurre – anziché aumentare – il pil. Di economisti che parlano male della politica economica del governo italiano ce n’è a fiumi, in Italia e all’estero. L’elenco sarebbe interminabile. Per avere però un giudizio più completo, forse è meglio provare a fare l’opposto, e cioè chiedersi: c’è qualche economista che giudica positiva la politica economica del governo? Esclusi quelli che sono nei ministeri, che lavorano come consulenti dei ministri o che fanno parte dei partiti di maggioranza, esistono economisti in patria o all’estero – accademici veri, non i fenomeni da baraccone che girano per i talk-show – che giudicano le misure del governo positive per la crescita? Dopo una prima ma approfondita ricerca, la risposta è negativa.
   
Ne avevamo individuati tre che avevano accolto con favore la linea anti austerity del governo Conte: Giovanni Dosi, Gustavo Piga e Riccardo Realfonzo, tutti e tre d’impronta neo o post keynesiana. Ma la versione finale della legge di Bilancio ha demolito i motivi del loro iniziale ottimismo. Dosi, professore alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, è un nume tutelare del M5s, ha lavorato alla stesura del programma del movimento ed è il maestro di Andrea Roventini, che era stato indicato da Luigi Di Maio come ministro dell’Economia in campagna elettorale. In altri tempi si sarebbe detto un “intellettuale organico” al M5s. Ebbene, se a settembre Dosi diceva – come trionfalisticamente titolava il Sacro blog – che con la manovra “l’economia reale crescerà”, ora dice all’Espresso che è tutto sbagliato per l’“approccio dilettantesco del governo”: “Si è gonfiata la spesa corrente con provvedimenti di dubbia efficacia”. 
     
E Giovanni Dosi li passa in rassegna. Il reddito di cittadinanza è “giusto” come principio ma per come è stato fatto è “un pasticcio”: “E’ una norma complicatissima che rischia di non funzionare”. Quanto a “Quota cento”, invece, “è una legge sbagliata”. E la cosiddetta flat tax produrrà “un aumento dell’evasione”. Ciò che serviva era “un piano straordinario di investimenti pubblici”, che sono stati tagliati, e fare le grandi opere come la Tav”. Bocciatura completa.
  
Gustavo Piga insegna a Tor Vergata, dove è collega del ministro Giovanni Tria, ed è stato uno dei professori scelti da Di Maio nel “comitato scientifico” per valutare la convergenza del programma del M5s con Lega e Pd. A ottobre, sul Sole 24 Ore, definiva “rivoluzionaria” la manovra con il deficit al 2,4 per cento perché abbandonava il Fiscal compact e portava l’Italia in “un nuovo paradigma” di “crescita e discesa del debito”. Piga però indicava una condizione essenziale affinché tutto ciò potesse verificarsi: il deficit doveva essere usato per “gli investimenti pubblici”. Sarebbe stato “un errore” usarlo per “politiche redistributive” come “reddito di cittadinanza, pensioni e flat tax”. E’ andata a finire in senso opposto: la manovra riduce addirittura gli investimenti (senza parlare di quelli bloccati dalle varie analisi) e butta tutto il disavanzo in spesa corrente.
   
Riccardo Realfonzo è un professore all’Università del Sannio, coordinatore della consulta economica della Fiom-Cgil ed economista di riferimento di Maurizio Landini. Anche lui a ottobre vedeva di buon occhio “la svolta rispetto alla vecchia ricetta dell’austerità” rappresentata dal deficit al 2,4 per cento: “E’ una discontinuità salutare che pone le condizioni per spingere l’economia verso tassi di crescita un po’ più soddisfacenti”. Era un giudizio generale, in attesa dei contenuti. Ora però Realfonzo, vista la composizione della legge di Bilancio, boccia la politica economica del governo: “Ha un impatto molto modesto sulla crescita perché trascura gli investimenti, non presenta un disegno di politica industriale e non muta le condizioni del lavoro”, scrive sulla rivista Economia e Politica. “La manovra è caratterizzata da un incremento del deficit finalizzato a un aumento della spesa corrente e dei trasferimenti. Gli investimenti sono fermi al palo. Non vi è una politica industriale in grado di rilanciare la competitività”.
   
Tre economisti vicini, non ostili o quantomeno senza pregiudizi nei confronti della maggioranza, bocciano la sua politica economica. La domanda resta aperta: c’è in Italia e nel mondo un economista* a cui piace la manovra del governo? Non l’abbiamo trovato. Lanciamo quindi un appello, o meglio, un sos: se esiste può farsi vivo e scrivere un articolo in difesa della “manovra del popolo” all’indirizzo mail: sosmanovra@ilfoglio.it.
(*Astenersi macchiette televisive)

lunedì 19 dicembre 2016

Spett. Ditta Casaleggio, Grillo, Associati e Dissociati


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In un paese serio sarebbe già in campo un'iniziativa legale per lo scioglimento di un movimento reazionario come quello di Grillo. I giornali, nel frattempo, cazzeggiano.


L’informazione italiana è andata per anni ormai appresso al vaffanculo di Gribbels, ha registrato senza troppe emozioni l’affermazione di un antipartito fuorilegge che impone penali per contratto al principio costituzionale della libertà di mandato, ha scortato in video e in pagina e on line (non dimentico mai i sottili guasti della badessa Lucia Annunziata) vecchi marpioni come Rodotà-tà-tà e nuovi furbetti come Di Battista-ta-ta e Di Maio-yo-yo, e ora se la cava con quattro fesserie sul garantismo o sui tecnici alla Marra che “Travaglio poteva-non-sapere” e che “ci vorrebbe il napalm sui palazzi per estirpare questa genia estranea alla purezza degli onesti”.
Sono buffoni, ma non viene nemmeno più da ridere. Sono un veterano delle campagne contro i moralizzatori moralizzati, contro quelli che gabbano il popolo bue con il mito nazista della trasparenza razziale antipolitica, fanno pasticci indecenti con le leggi e la Costituzione, poi alimentano i forconi e i loro arresti squadristici, infine si ritrovano in manette o estromessi dalla politica con poca dignità e misteriosamente perché qualcosa di sordido pare non quadri (un Marra braccio destro di una Raggi, un Di Pietro braccio violento della legge e infiniti altri datori di lezioni finiti dietro la lavagna della corruttela). L’anno prossimo fanno vent’anni dalla campagna del Mugello contro il pm della Mercedes e dei cento milioni cash in scatola da scarpe che ha fatto la rivoluzione di mani Pulite, dico di Mani Pulite, e poi come faranno mille altri dopo di lui si è messo in politica con il sostegno corale di D’Alema Prodi Veltroni a fare controllo di legalità tra gli applausi dementi della folla e delle tricoteuses del giornalismo italiano corrivo. Un veterano ormai perfino rauco, che non ha più voglia nemmeno di parlarne, figuriamoci l’impressione del caso Marra-Raggi, l’eterno ritorno dell’identico.
Che c’entra il garantismo?  A parte che gli assegni circolari sono assegni circolari, il costruttore Scarpellini è Scarpellini, anche un deficiente dovrebbe capire che la questione saliente non sta lì, dove si farà un processo più serio della fantasmagoria di Mafia Capitale e si vedrà, ma nella bambolina imbambolata fatta sindaco di Roma a furor di popolo bue, spinta avanti, ché a lui gli viene da ridere, dal comico goebbelsiano che vuole distruggere e ha già mezzo distrutta la democrazia italiana a colpi di insulti, minacce squadriste  e in alleanza con una società commerciale che in nome di Rousseau pretende cose che solo gli estortori pretendono dagli eletti del popolo, la penale. In un paese serio sarebbe già in campo da mesi un’iniziativa legale per lo scioglimento di un movimento reazionario e fuorilegge che mette una rete opacamente  controllata da affaristi al servizio di un progetto politico di eversione delle isituzioni, da aprire come scatole di tonno.
Invece ho vistoun compassato e mesto Enrico Mentana che, data la stessa misura alla storiella di Sala e alla fosca vicenda del Campidoglio, nella scaletta furbetta del suo Tg, cazzeggia sulla comparsata del disturbatore Paolini mentre sta fingendo di raccontare il vertice dei 5 stelle nella camera di un albergo di passo occupato da Gribbels e invaso da questuanti vari del nuovo potere, finti leader, amici e nemici di una sindaca che non è compos sui, e che non vuole o non può, forse non può, riconoscere il Marra che è vicino a lei e dietro di lei, “uno dei ventitremila dipendenti comunali di Roma”. Il veterano si sente preso per i fondelli, ovvio, e si domanda: un vertice? Va bene che l’avventura di Berlusconi e un po’ mia è cominciata da quelli che Mentana, passeggiando nel parco di Arcore, derideva con humour “I protocolli dei Savi di Arcore”, va bene che la seconda Repubblica ha dell’informale, e che oggi la Trump Tower decide della Casa Bianca tra marmi pacchiani e ori luccicanti, ma qui si tratta dell’albergo qualunque, del comico che viene a fare il turista politico da Genova di quando in quando, qui è una farsa tragica senza capo né coda, non c’è neanche il tentativo di dare una forma accettabile, decorosa, a un processo politico sedicente rivoluzionario. Un vertice? Una riunione privata fuori controllo, un via vai di non si sa chi, un tentativo primitivo e selvaggio di imporre come classe dirigente la solita accozzaglia di frustrati e portavoce della frustrazione sociale diffusa. Invece di seguire passo passo, deliziata, lo sfarinarsi della democrazia in Italia, una informazione che si voglia libera e responsabile dovrebbe sostituire la critica, l’analisi, la denuncia alla sociologia della crisi dappoco alla quale si è rassegnata, non senza voluttà, dando il calcio d’avvio telegenico alle campagne grilline più sconcertanti. I carabinieri che finora non hanno potuto o voluto denunciare per tentato sequestro di persona i forconi di Osvaldo Napoli, e si sono limitati a interpellarli con un genile “chi è lei?”, dovrebbero entrare in quell’albergo e chiedere ai mandanti dello sfascio italiano risibile, grottesco, magari gentilmente: “ma chi è lei?”.

lunedì 28 novembre 2016

Votare Sì per dare un dispiacere al sussiego dei ceti riflessivi

Votare Sì per dare un dispiacere al sussiego dei ceti riflessivi

La famosa "accozzaglia", una pletora di benintenzionati che si scandalizza
 per il clientelismo e per De Luca e avvilisce in modo tanto disdicevole
 la nostra cultura politica.


Va bene che dopo Trump non si può più giocare con la scorrettezza politica, ma fino a un certo punto. Io per esempio voterò Sí al referendum per motivi diversi da quelli indicati dal presidente del Consiglio o da Maria Elena Boschi: riprendere in mano il futuro e cambiare o modernizzare l’Italia sono cose che per storia personale e anagrafe non considero da tempo alla mia portata. Giusto che dei quarantenni responsabili si diano da fare, ma io c’entro poco. Il mio voto è per il titolo della riforma, dei cui dettagli me ne fotto, esattamente come i costituzionalisti che fingono di appassionarsene, in nome del buon senso. Sono anche contento se il processo politico cominciato due anni e mezzo fa andrà avanti, dato che nella mia miopia non ne vedo altri in campo. Ma il motivo vero è ancora un altro: desidero dispiacere un pochino, con la singola frazione di cittadinanza espressa dalla mia croce sulla scheda, ai ceti riflessivi, intollerabilmente sussiegosi, che formano la famosa “accozzaglia”.
Nella sceneggiata napoletana si sente spesso esclamare “i’ t’accide”. Nel vernacolo romano andante si dice “io a quello je menerebbe” o, nei casi più gravi, “l’ammazzerebbe”. Nel gergo politico insincero si condanna il voto di scambio, considerato formalisticamente un reato penale nel mondo sottosopra che combatte o crede o vuol far credere di combattere il mondo di mezzo del malaffare politico, quando tutti sanno che il voto popolare è nei secoli uno scambio, ideale e più spesso materiale, vero scambio o presunto. Se un politico campano di razza come Vincenzo De Luca fa un elogio del clientelismo, e conferisce un’onorificenza verbale a un sindaco che si dà da fare a muovere cose e consensi, si apre un caso linguistico e politico e lo si condanna. Si condanna non il clientelismo, che già farebbe un po’ ridere, ma un discorso evidentemente scherzoso e paradossale sul clientelismo, cioè su una politica appassionatamente carnale, operativa, fondata sul trascinamento del popolo e sul peso attribuito al territorio e alla società che lo abita invece che alle piccole trame ribalde della Rete di Rousseau e Casaleggio. Se uno vuole corrompere il sistema del consenso non fa un elogio del clientelismo, se ne guarda bene, questo è appena ovvio per tutti. Un po’ come nel paradosso sofistico del mentitore. Se il mentitore dice: “Io mento”, dove starà mai la verità? Cosí se un presidente dell’Antimafia mi mette in una blacklist di impresentabili a due giorni dalle elezioni per una affaire dalla quale sono prosciolto con tante scuse qualche mese dopo, sceneggiare un “i’ t’accide” mi sembra il minimo sindacale, non una minaccia camorristica, che probabilmente seguirebbe altre vie. Ma l’Antimafia invece apre un qualche dossier per cercare di nuovo di infamare l’infame. Ecco. La correttezza politica, che già era un vuoto intellettuale e morale, diventa ora un baratro, un modo insieme sussiegoso e dispotico di esigere conformità e sudditanza al linguaggio dominante.
Il partito dell’accozzaglia è questa cosa qua. D’Alema, che dovrebbe vendere il suo vino rosso alle cooperative rosse e scrivere le memorie di uno statista, erige barricate costituzionalistiche. Grillo come al solito scoreggia. Salvini alterna un comitato per il No a un comizio con una Le Pen che non risulta arrivare da una costola della sinistra. Travaglio litiga perfino con Santoro, e ho detto tutto. Bersani lavora per il re di Prussia, che al momento buono gli darà dello zombie, non è una novità. Berlusconi come sempre è l’unico che ha capito tutto e vota Sí e No nella prospettiva di un nuovo abbraccio con il suo erede, sperando che l’amplesso avvenga a vendetta consumata. L’Economist di Londra? Bè, non voglio nemmeno aprire il capitolo dei guru o mugwump dell’opinionismo mondiale che chinano la loro seriosità sulla povera Italia: bastano due parole, Brexit e Trump, e tutto è chiaro.
Bisogna votare Sí per il bene comune e per premiare il boy scout in chief e le sue marmotte. Ma anche con una carica emozionale negativa, altro che assalto al futuro, per deludere la pletora di benintenzionati che avvilisce in modo tanto disdicevole la nostra cultura politica, il nostro sapere “intrare nel male” per sortirne qualche volta un buon risultato.

lunedì 13 luglio 2015

Un fiasco di Tsipras, per favore.


Un abbraccio forte a Barbara Spinelli, Stefano Fassina, Pippo Civati e Beppe 

Grillo....

Tsipras dimostra che il populismo va bene per giocare con il referendum ma non per salvare un paese. 
di Claudio Cerasa | 13 Luglio 2015 ore 13:50

... e per ubriacarsi di illusioni !

lunedì 21 aprile 2014

Come non concordare?


The walking dead

Non sopporto Beppe Grillo. Era un comico. Oggi è un agitatore urlante ed
insultante. Fa presa sui tanti che, giustamente frustrati dalla situazione attuale, ormai sentono solo pulsioni di rancore verso il mondo che li circonda. Grillo ha offeso tutti. Da Napolitano, ai politici tutti, alla memoria degli ebrei ecc. Pur di ottenere visibilità parla e straparla ruota libera. In altri tempi sarebbe stato denunciato per offesa al Capo dello Stato. Ha sulla coscienza tre morti. E fa la morale a tutti. Questa mattina Maria Teresa Meli ha detto che "parlare di Grillo le provoca conati". Concordo. Mi chiedo come mai tutti, o quasi, i giornalisti non prendano una posizione a fronte dei furibondi insulti che Grillo rivolge loro. Parlano del dovere di cronaca e d'informazione. Sarà. Io li vedo rincorrere il "niente" Grillo con una solerte gentilezza che mi lascia
basita. Ecco forse Grillo ha ragione quando li definisce walking dead.
Di vivo non hanno più nemmeno la dignità.
Pia Banchelli, Bologna

giovedì 29 novembre 2012

Ah, la vita...


29 novembre 2012

Tutto congiura contro di noi. L’età, la sciatica, l’umidità nelle ossa, l’esistenza di Montezemolo, le tasse, le nozze gay, Battiato che governa, il Matto nostro con l’elisir di lunga vita, l’autostima della Meloni, le riflessioni di Beppe Severgnini, la faccia di Lorenzo Cesa, la tiritera Saviano, l’Onu, le primavere arabe, i Fratelli musulmani nel ruolo di mediatori, i cagnetti della Brambilla, Fassina il bocconiano, Gian Antonio Stella (Rizzo no, che poi lo incontro al mare), Renato Schifani che se la tira da uomo di Stato, la procura di Taranto, il gip di Taranto, le trombe d’aria su Taranto, Giancarlo De Cataldo, che sfiga ha voluto nascesse a Taranto, tutto, tutto congiura contro di noi e ci riduce a stracci. Ma pensate com’è ridotto Di Pietro.

sabato 13 ottobre 2012

Disegalitè, libertè, fraternitè


Che si aspettavano dalla democrazia? I finti neo platonici dei giorni nostri, i devoti alla Repubblica delle solite idealità, insomma tutti coloro che riversano un’ansia moralizzatrice sul paesaggio sbrindellato delle istituzioni politiche italiane, farebbero bene ad abbassare le pretese e a contenere l’investimento emotivo. La democrazia è fin dalle origini costitutivamente iniqua, se è vero come diceva Aristotele che la peggiore ingiustizia sta nel volere l’eguaglianza dei diseguali.