DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)

lunedì 12 agosto 2013

La storia di Magistratura democratica


Ecco la vera storia di «Md»: i giudici rossi che fanno politica

Così Magistratura democratica ha acquisito potere e condizionato le scelte dei partiti La regola sin dall'inizio: le toghe devono schierarsi e cercare il consenso della piazza. Hanno abbattuto la Prima Repubblica e ora tocca al berlusconismo

Sono di sinistra e hanno accompagnato la storia della sinistra italiana. I giudici di Magistratura democratica sono diventati anche uno dei più famosi brand d'Italia da quando il Cavaliere ha dichiarato loro guerra. Forse, ingenuamente, qualche anima bella penserà che chiamarle toghe rosse sia una forzatura del nostro bipolarismo muscolare, ma non è così.
Cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario al palazzo della Cassazione
O meglio, la storia di questa costola del potere giudiziario è un riassunto delle ideologie, degli ideali, delle ubriacature, dei condizionamenti e delle illusioni che hanno animato il versante della magistratura che da sempre ha coltivato ambizioni progressiste. Risultato: in un sistema malato, in cui le toghe sono divise in correnti e le correnti compongono una sorta di parlamento parallelo, Md è uno degli attori del sistema politico italiano. Inutile scandalizzarsi: in Italia, come ha spiegato a suo tempo Antonio Ingroia al Giornale, «la magistratura si concepisce per metà come corporazione per metà come contropotere». Ecco, Md è o dovrebbe essere, perché poi spesso è diventata il suo esatto contrario, il contropotere che si oppone alla presunta casta, coglie le sensibilità più profonde del Paese, cattura le esigenze e le istanze sociali più avanzate, capovolgendo gli equilibri reali dentro le istituzioni.
Si può essere d'accordo o no, ma questo è un po' il senso dei tanti manifesti e proclami e documenti elaborati in questi lunghi anni dalle teste d'uovo della corrente. Citiamo, per esempio, Livio Pepino con il suo articolo Appunti per la storia di Magistratura democratica. Scrive il magistrato: «Che Magistratura democratica sia stata (sia) la sinistra della magistratura è noto e da sempre rivendicato». Questo l'incipit che toglie ogni ambiguità e fraintendimento. Certo, questo non vuol dire che i magistrati siano pedine del sistema dei partiti, dal Pci e dai suoi eredi a Rifondazione, ma indica comunque una precisa collocazione. Ma Pepino va ben oltre, verso la militanza attiva: «La rottura con il passato è radicale e gravida di conseguenze: ad una magistratura longa manus del governo, si addice, infatti, un modello di giudice burocrate e neutrale, mentre ad una magistratura radicata nella società più che nell'istituzione deve corrispondere un giudice consapevole della propria autonomia, attento alle dinamiche sociali e di esse partecipe». Eccolo qui il magistrato che si afferma come contropotere: questo giudice fugge dal Palazzo, inteso come luogo di conservazione e di stagnazione, e si mette in testa al popolo, ne guida le battaglie, lo conduce verso la liberazione, come nel celebre dipinto di Pellizza da Volpedo Il Quarto Stato. Si dirà che si tratta di suggestioni ma non è non è così. E Pepino, in quel testo, lo spiega fin troppo bene: «Il dogma dell'apoliticità si rovescia nel suo contrario». La magistratura fa politica. Appunto. Md fa politica, da sinistra. Anche se fuori dal parlamento e senza tessere.
È tutto scritto e declamato nei sacri testi. Nei comizi. Nei convegni. Nelle controinaugurazioni dell'anno giudiziario. Nei pugni alzati, come al funerale di Ottorino Pesce, anima della sezione romana di Md, morto nel gennaio '70. È quasi cinquant'anni ormai che Md cerca la sua bussola nel grande arcipelago della sinistra. Talvolta soffrendo di collateralismo, talvolta cercando di dettare la linea al Pci-Pds e alle altre sigle della sinistra, oppure ancora spaccandosi al suo interno fra ortodossi e movimentisti e fra garantisti e giustizialisti. Se un giudice, per stare ancora a Pepino, fa a pezzi il modello basato sulla neutralità, sceglie «l'opzione di sinistra», testuale, «fa la sua scelta di campo», afferma il suo «sentirsi dalla parte dei soggetti sottoprotetti», fin dove si può spingere? Siamo su un piano inclinato su cui, sin dall'atto di fondazione del 27 luglio 1964, e poi attraverso la virata del 30 novembre 1969, si sono esercitate almeno due generazioni di toghe, con risultati che è difficile riassumere. Ma certo si tratta di alcuni dei nomi più noti della magistratura italiana: da Gian Carlo Caselli a Gerardo D'Ambrosio e a Gherardo Colombo, per rimanere fra Palermo e Milano, fra i processi alla cupola, ad Andreotti e a Dell'Utri e l'epopea di Mani pulite. E poi Livio Pepino, Vittorio Borraccetti, Elena Paciotti, Giuseppe Palombarini, autore del fondamentale Giudici a sinistra. Ma l'elenco è chilometrico. E molti i tornanti, le curve, le risse, le divisioni e le ricomposizioni, le diverse sottolineature. Qualcuno, brutalmente, ritiene che la parabola di Md sia quella di un movimento che porta aria fresca nelle ovattate stanze degli ermellini, rompe tabù, distrugge un vecchio e logoro apparato di relazioni elitarie, poi piano piano, di emergenza in emergenza, fra il terrorismo e tangentopoli, si appiattisce sulle posizioni giustizialiste. Quelli di Md, con dietro tutti gli altri, un tempo ribattezzati per la loro furia culturale gli iconoclasti, diventano i picconatori della Prima repubblica e poi del berlusconismo consegnando i santuari del potere ai postcomunisti. E così la sinistra vince in Italia passando per la scorciatoia della via giudiziaria, ma dopo essere stata sconfitta proprio sul piano delle idee, delle ideologie e degli ideali naufragati fra le macerie del Muro di Berlino. È la storia drammatica che Francesco Misiani racconta nel suo bellissimo La toga rossa. Una lunga cavalcata nelle contraddizioni dei magistrati rossi: dall'epoca dei processi popolari, cui il giovane e compiaciuto Misiani assiste in Cina, all'ubriacatura da manette ai tempi di Tangentopoli quando le tentazione di abbattere un sistema marcio entra a piedi uniti anche nelle aule di giustizia. 
(1.continua)


La magistratura di sinistra è realtà: il Pm indaga e propone, il suo compagno di corrente giudice dispone. Una anomalia che ormai si è radicata in tutti i livelli di giudizio. E questo lo sa bene anche Napolitano, che da quel mondo viene


La magistratura di sinistra, ideologica e settaria, non è un'invenzione, o addirittura una paranoia, del berlusconismo.
Nel corso degli anni le toghe rosse hanno seminato tracce documentali che le configurano come una setta a tratti segreta. Lo ammise anche Massimo Caprara, segretario particolare di Palmiro Togliatti e membro del comitato centrale del Pci. Nel 2005, testimoniando a Trento in un processo per diffamazione, Caprara svelò l'esistenza di un registro segreto di magistrati iscritti al Pci che era custodito a Mosca. Craxi, in tempi non sospetti, confidò di essere venuto a conoscenza di scuole del Pci per formare magistrati organici al partito e Cossiga, nel 1997, ascoltato dalla commissione stragi, sostenne che la magistratura occupava uno dei livelli della Gladio rossa, la struttura paramilitare e clandestina che doveva essere pronta a ribaltare lo Stato democratico. A metà degli anni Sessanta accadde un fatto nuovo, destinato a cambiare per sempre la giustizia italiana. Alcuni magistrati uscirono allo scoperto fondando, cosa senza precedenti in Paesi occidentali, una corrente ideologica di sinistra chiamata Magistratura democratica, alla quale aderì (e aderirà più tardi) la maggior parte dei pm e dei giudici italiani, poi protagonisti delle inchieste che azzerarono tutti i partiti meno il Pci (Tangentopoli) e più di recente della maggior parte dei 42 processi contro Berlusconi. Il Pm indaga e propone, il suo compagno di corrente giudice dispone. Chi è iscritto a Magistratura democratica fa politica, dichiara la sua fede e combatte apertamente le altre, partecipa a convegni e dibattiti per orientare scelte legislative, alcuni si fanno eleggere in Parlamento, ne abbiamo pure visto uno, Ingroia, fondare un partito e candidarsi premier contro i suoi inquisiti di centrodestra. Una anomalia che ormai si è radicata in tutti i livelli di giudizio. Nella corte che ha confermato il carcere per Berlusconi ben due giudici, De Marzo e Aprile, erano di area Md. Può un magistrato che dichiara la sua idea politica, e sostiene di volerla imporre, giudicare serenamente politici di segno opposto? È come se un giocatore arbitrasse la partita della vita della sua squadra. La partita sarebbe truccata a prescindere, come quella che ha visto in campo Berlusconi. E questo lo sa bene anche Napolitano, che da quel mondo viene.

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La costola sinistra del partito dei giudici si è mossa per la scalata rossa al Palazzo. Da Mani pulite che ha decapitato la Prima Repubblica alle inchieste su Forza Italia. Bruti Liberati conduce l'ultima offensiva contro Arcore: il caso Ruby

La lunga marcia. C'è quella di Mao, ma c'è anche quella dei giudici di Magistratura democratica. Il potere è lì, a portata di mano e i fondatori della costola sinistra del partito dei giudici fra gli anni Sessanta e Settanta elaborano la strategia per conquistarlo.
Cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario al palazzo della Cassazione
Marco Ramat, uno dei padri della corrente, ha le idee chiare: «Il nostro compito consiste nella ricerca di una politica della magistratura e per la magistratura che sia capace di inserirsi utilmente nella lotta difensiva e offensiva condotta dal movimento democratico nel suo complesso».
È l'aprile 1975 e Ramat, che oggi non c'è più, parla alla platea dei colleghi progressisti. Sì, un congresso delle toghe, ma il linguaggio è lo stesso di Botteghe oscure, anzi è più rivoluzionario.
Md, con le sue storie, i suoi ideali, le sue contraddizioni e le sue scivolate giustizialiste, viene da lì, da quel crogiolo di dibattiti, articoli, manifestazioni. Il linguaggio nel tempo si è evoluto, ma se paragoniamo quello scritto con tanti altri di quella stagione e della nostra epoca, vediamo che il concetto è sempre lo stesso: Md si concepisce come contropotere, si immagina alla testa di un lungo corteo che porta il popolo dalle periferie al cuore del potere, è pronta ad espugnare la cittadella in cui è arroccata la nomenklatura. Esagerazioni? Per carità, se c'è un luogo che ha prodotto un ventaglio arcobaleno che più arcobaleno non si può di posizioni politico-culturali quello è proprio Md, ma la sostanza non cambia. Basta pescare dentro il mare rosso di quella letteratura col pugno alzato. Ieri, citavamo Livio Pepino, che non è l'ultimo arrivato ma l'ex segretario nazionale di Md e il suo articolo Appunti per la storia di Magistratura democratica. Pepino, oggi in pensione, distrugge il totem del giudice neutrale, la bocca della legge, e nelle aule di giustizia colloca un'altra magistratura, «radicata nella società più che nell'istituzione..., attenta alle dinamiche sociali e di esse partecipe». Una magistratura che faccia politica, da sinistra.
E che accompagni la sinistra nella lunga marcia, verso il potere. Il saggio di Ramat, applaudito dalle toghe rosse in quella convention napoletana del '75, è un documento impressionante di quel percorso. Fin dall'incipit: «Il congresso è di Md ma il tema collega alle lotte sociali del nostro Paese tutta l'istituzione giudiziaria. Il nostro compito consiste nella ricerca di una politica della magistratura e per la magistratura che sia capace di inserissi utilmente nella lotta difensiva e offensiva condotta dal movimento democratico nel suo complesso». Sono le istruzioni per la rivoluzione togata e sono naturalmente figlie del loro tempo, ma hanno formato almeno due generazioni di magistrati.
Proprio in quegli anni le toghe rosse si schierano dentro i palazzi di giustizia, cominciano a scalare i vertici della magistratura e a sfornare sentenze innovative, per esempio, sul piano della morale o della difesa ambientale. È l'epoca dei pretori d'assalto e di una nuova generazione di giudici che sentenziano in nome del popolo italiano e modificano gli equilibri politici del Paese. È un processo accidentato e segnato dal metronomo delle emergenze nazionali - il terrorismo, la mafia e Mani pulite - e proprio Mani pulite segna uno spartiacque perché la magistratura manda in carcere la classe dirigente della Prima repubblica, ma per una ragione o per l'altra si ferma davanti al portone di Botteghe oscure e salva, tecnicamente grazia, il Pci-Pds. La lunga marcia della sinistra italiana verso il Palazzo viene vinta di fatto prima che nelle urne nelle aule di giustizia. Certo, non sono solo le toghe rosse a darsi da fare, quel clima è la cifra di un'epoca e il pentapartito a trazione democristiana è pieno di ladri e corrotti. Ma quella componente dà alcune linee guida all'azione della magistratura e svolta, proprio nel momento fatale, verso un'interpretazione del diritto che, brutalmente, potremmo chiamare giustizialista. Manette e ancora manette, la libertà solo per chi riempie pagine e pagine di verbale, l'esplosione di una categoria di avvocati, i cosiddetti accompagnatori, che sono una specie di magistratura di complemento e servono solo per convincere i clienti sotto interrogatorio a vuotare il sacco. E ancora la scoperta di un reato, il finanziamento illecito ai partiti, che prima non esisteva come nella storia dell'arte non si trova traccia, prima di una certa data, di alcuni colori.
A Palermo c'è Gian Carlo Caselli, che mette sotto inchiesta Giulio Andreotti, prova a riscrivere, anche con l'aiuto di un sociologo come Pino Arlacchi, la vera storia d'Italia, azzanna la nascente Forza Italia e lascia poi ai più giovani come Antonio Ingroia, le inchieste monstre che faranno da fondale agli anni successivi, da quella su Marcello Dell'Utri a quella sull'area grigia a cavallo fra stato e mafia. A Milano gli alfieri della legalità sono Gerardo D'Ambrosio, il coordinatore del Pool, poi procuratore e infine parlamentare, e Gherardo Colombo che dopo aver scoperchiato i misteri della P2 sarà il primo, con Piercamillo Davigo e Francesco Saverio Borrelli a interrogare Silvio Berlusconi e a contestargli il celebre avviso di garanzia recapitato in edicola direttamente dal Corriere della sera. A Milano, fucina della magistratura progressista, Md, pur in una grande pluralità di accenti, esprime alcune delle figure più note di questo mondo: da Edmondo Bruti Liberati, l'acuto procuratore della repubblica che conduce con Ilda Boccassini l'ultima offensiva contro Arcore istruendo il caso Ruby, e poi Nicoletta Gandus, il giudice del processo Mills che non fa mistero di considerare il Cavaliere un suo avversario politico. È la grande spina nel fianco, al di là della perfetta buonafede dei più, di molte toghe rosse: combattere due battaglie parallele, a Palazzo e nella società, contro Berlusconi e il berlusconismo. E interpretare, in chiave contemporanea, la lunga marcia.(2. continua)

venerdì 9 agosto 2013

Nasce un delfinino !


IL MOMENTO IN CUI UN DELFINO DÀ ALLA LUCE


IL SUO CUCCIOLO, NELLO ZOO DI CHICAGO (VIDEO)



http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/cose-mai-viste-il-momento-in-cui-un-delfino-d-alla-luce-il-suo-61007.htm

Il Dio-Scalfari


ARCHIVIO › ANDREA'S VERSION

9 agosto 2013

Le avrete viste senz’altro anche voi, io personalmente le ho lette con l’attenzione che meritavano. Tre, mi pare di ricordare, sono le domande che Eugenio Scalfari ha rivolto direttamente al Papa. Se una persona priva della fede, e che non la ricerchi, possa essere perdonata dal Dio cristiano nel caso commetta ciò che per la Chiesa è peccato. Se la Chiesa consideri un errore, o non piuttosto un peccato, la posizione di colui che non creda all’esistenza dell’assoluto e, per conseguenza, nemmeno all’esistenza di una verità assoluta. E se, questa la terza domanda, con la presumibile fine della nostra specie scomparirà anche Dio, non esistendo più nessuno in grado di pensarlo. Bene, ma veniamo al punto: sono passate già 24 ore e il Papa ancora non gli ha risposto.
E va bè, diamogli ancora un po' di tempo, a Franceschino...
L'importante , nel frattempo, è che il Dio-Scalfari continui a credere in se stesso...

L'Isola dei famosi magistrati


Ieri mattina il conduttore di Omnibus, talk show della Sette, ha rivolto la domanda delle domande ad Alessandro Barbano, il direttore del Mattino di Napoli. È stato Barbano a pubblicare l’intervista suicida del giudice Antonio Esposito, diventato famoso nel mondo per aver letto in Cassazione, e in diretta televisiva, la sentenza di condanna per Silvio Berlusconi. Il conduttore di Omnibus gli ha chiesto: «Perché il dottor Esposito si è fatto intervistare?». La risposta di Barbano mi ha colpito: «Per ebbrezza mediatica». 
Quelle tre parole dipingono meglio di lunghi discorsi il vizio assurdo che va dilagando in Italia. L’ebbrezza può essere provocata dal vino o dalla droga. Ma nel caso che domina sulle prime pagine dei giornali, e sta in testa ai tigì, l’origine è un’altra, ben più invasiva: è il potere dei media, sempre più assoluto, quasi totalitario.
Può sembrare un paradosso. I media cartacei sono in crisi dappertutto, anche negli Stati Uniti, lo dimostra la vendita del Washington Post. La pubblicità è in calo, i lettori pure. Anche la tivù è in affanno. Gli spot rendono sempre di meno. Persino un colosso come la Rai, che pure ha il grande salvagente del canone obbligatorio, sembra arrivato alla canna del gas. Eppure nell’immaginario collettivo la televisione resta l’unico potere in grado di certificare l’esistenza di un personaggio, di uno sport, di una scoperta scientifica, di un film, di un libro.
Lo vedo anche da quanto capita a me. A volte vengo fermato per strada da un signore o una signora che mi dice: «Lei è il dottor…Non ricordo il suo nome, ma la faccia sì, l’ho vista in televisione!». Succede che un amico mi chieda: «Giampaolo sei ammalato?» «Grazie a Dio no, perché me lo domandi ?». «Perché è da un pezzo che non vai in tivù, nessuna intervista, niente comparsate, neppure nel più sfigato dei talk show!».
Un tempo persino i leader politici si offrivano di rado alle telecamere. Volete un esempio? Enrico Berlinguer, il segretario generale del Pci. Andare in tivù gli procurava l’orticaria. Quando nel giugno 1976 ci andò per obbligo, poiché era il momento di Tribuna elettorale, il suo arrivo negli studi Rai di via Teulada fu evento di quelli rari. Nel cortile lo aspettava una folla mai vista. Certo, anche in Rai i militanti comunisti erano molti, ma ad attenderlo si vedevano pure tanti i curiosi, radunati per assistere a uno spettacolo che si sarebbe ripetuto chissà quando.
L’irrompere sulla scena di Berlusconi ha cambiato tutto. Anche i politici più distratti si sono accorti che esistere per la tivù significava esistere per l’Italia e dunque per i loro elettori. Da allora pure le comparse della Casta, di solito parlamentari di ultima fila, invadono tutti i giorni i teleschermi.
Oggi si è arrivati all’assurdo che signore e signori nessuno, spesso mezze calzette, passano ore e ore negli studi televisivi. Saltando da una trasmissione all’altra, senza un minimo di pudore. Lo stesso fa un circo di giornalisti che non cambiano mai e nell’arco di ventiquattro ore  partecipano a due, tre, quattro talk show. 
Perché lo fanno? La risposta di Barbano, un direttore capace e astuto, è la più valida: l’ebbrezza mediatica è un pusher potente, ti spinge alla droga e al tempo stesso te la fornisce. È questo virus ad aver condotto il giudice Esposito a commettere l’errore della propria vita. Uno svarione che gli resterà appiccicato fin che scampa.
Lo scrivo con molto rispetto. Sono un vecchio signore cresciuto in un’Italia che riteneva i magistrati un ordine quasi divino, creato da Iddio perché difendesse gli umili contro le arroganze dei potenti. Mio padre Ernesto, messo a faticare sui campi quando aveva appena nove anni, sperava che il Giampa, unico figlio maschio, diventasse un giudice oppure, in subordine, un funzionario del Parlamento. Quando gli rivelai che volevo fare il giornalista, ci rimase male.
Per questo oggi osservo con delusione la caduta rovinosa del dottor Antonio Esposito. Ho sempre ritenuto che un magistrato settantenne, arrivato al vertice della carriera come presidente di sezione della Cassazione, fosse diventato impermeabile a qualsiasi tipo di errore, soprattutto a quelli di stile. Mi dicevo: non può sbagliare, essendo l’ultima istanza di un cittadino che chiede giustizia. Dunque non ha il diritto di commettere passi falsi, tanto meno per una questione che lo coinvolge.
Purtroppo per lui, e anche per noi, il dottor Esposito l’ha combinata grossa, salvo che il prosieguo delle indagini non accerti il contrario. E la sta già pagando cara. Se la mia faccia fosse comparsa sulla prima pagina di un quotidiano sovrastata da un titolo enorme, «Il bugiardo», non avrei più il coraggio di uscire di casa, neppure se mi ritenessi innocente. Ma come diceva mia nonna, mai pretendere di insegnare ai gatti in che modo si superano i muri.
Temo che la tanto invocata riforma della giustizia non andrà in porto. Ma se accadesse, vorrei vedere che contiene una nuova norma sacrosanta. Dovrebbe recitare così: per tutti i magistrati in attività esiste il divieto assoluto di dare interviste, di apparire in tivù, e già che ci siamo di scrivere articoli destinati ai giornali. Questo è un altro vizio che sta dilagando. Con risultati grotteschi: il magistrato editorialista, un esemplare sempre più diffuso, di solito è una schiappa che induce una noia profonda negli eventuali lettori.
A ciascuno il suo mestiere. E per tutti, toghe comprese, una regola d’oro: chi sbaglia, paga. Nelle democrazie degne di questo nome, nessuno è considerato infallibile. Pagano i medici se spediscono all’altro mondo un paziente, per un errore che poteva essere evitato. Perché non dovrebbero pagare i magistrati se, sbagliando, mandano in galera un cristiano innocente? 
di Giampaolo Pansa


giovedì 8 agosto 2013

Fiducia 'inttà ggiustizzia



Lettera 3
Certo che siamo proprio un popolo di artisti. Nu' carabbiniere ballerino: poteva mai avere una presentazione migliore, chillo ggiudice chiacchiarune ca nun sà tenè 'o segreto? Ce potessimo pure fà 'na canzuncella: "Pulecenella e 'o carabbiniere", di Esposito-Apicella; canta Silvio; dirige l'orchestra il Maestro Napolitano.
Vittorio Pulecenella InFeltrito


mercoledì 7 agosto 2013

Dubbi 3


C'è una sentenza che riguarda il Carlo De Benedetti e il Gruppo Espresso multato di 225 milioni perplusvalenze e una condanna che riguarda Silvio Berlusconi e i diritti Mediaset. Due vicende simili, due sentenze aspramente criticate dai due diretti interessati,  De Benedetti e il Cavaliere, appunto, che sono però state trattate in maniera esattamente opposta dai giudici e dai giornali.

Un doppiopesismo giudiziario, scrive oggi il Giornale, testimoniato dai fatti. Vediamoli: nel 2012 la Commissione tributaria regionale di Roma ha condannato il Gruppo Espresso a pagare 225 milioni di euro, il totale delle imposte non pagate nel 1991 all'epoca della fusione dell'editoriale La Repubblica in vista della sua quotazione in borsa. I pagamenti sono però stati congelati perché un'altra sezione della Commissione tributaria ha poi accolto la richiesta di sospensione della riscossione avanzata dal Gruppo. 

Insomma, De Benedetti avrebbe ottenuto un enorme vantaggio fiscale da una serie di operazioni societarie realizzando un'elusione fiscale da 234 milioni. Un illecito tributario non un reato penale perché la questione penale si era risolta anni fa con l'assoluzione di tutti gli imputati "perché il fatto non sussiste". Sulla maxi multa il Gruppo Espresso ha parlato di "sentenza manifestatamente infondataoltreché palesemente illegittima sotto numerosi aspetti di diritto e di merito". Addirittura, conclude il Giornale, la legale dell'Espresso Livia Salvini parla di "abnormità di pronunce che pretendono di disconoscere i vantaggi fiscali", ovvero lo stesso rilievo dei ricorsi di Coppi e Ghedinisulla vicenda dei diritti Mediaset che però non si è risolta con una multa per gli amministratori della società ma in una condanna penale con interdizione dai pubblici uffici per l'azionista. 


martedì 6 agosto 2013

Berlusca ha rotto, ma ...Giustizia con la minuscola


Lettera 5
OK, Napulità: fiducia nella Giustizia; ma davvero ha la "G" maiuscola, cù 'sti Espositi accà? Vittorio Quaraquaquà InFeltrito


Lettera 3
Caro Dago,
Durante una cena, il Cassazionista Esposito avrebbe sparlato di quel Berlusconi che poco tempo dopo avrebbe condannato in via definitiva. La colpa però è del Cavaliere, il quale avrebbe dovuto, per una volta, imitare Vendola e andare a cena con il giudice che doveva giudicarlo. P.S. Più che dei campionissimi come Coppi, i difensori di Silvio sono sembrati dei Malabrocca.
Salve Natalino Russo Seminara


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(Adnkronos) - "Quella dell'Anm nei confronti del presidente Esposito e' un'indecente difesa corporativa". Cosi' Enrico Costa, capogruppo Pdl commissione giustizia alla Camera, commenta le dichiarazioni dell'Anm sull'intervista del presidente della sezione feriale di Cassazione Esposito. "Il tentativo di minimizzare, giudicandole semplicemente inopportune, le frasi di Esposito dimostra ancora una volta -aggiunge- che l'Anm e' totalmente priva di onesta' intellettuale: sono sempre pronti ad attaccare il centrodestra e a fare le vittime ma neanche di fronte all'evidenza riescono ad essere obiettivi se ad essere criticati sono i loro iscritti".


LA LOTTIZZAZIONE — «Praticamente tutti i posti di potere sono ormai lottizzati dalle correnti - scrive Tinti - . Il sistema funziona più o meno così: a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a procuratore di Poggio Belsito. Alle prossime elezioni del Csm possiamo quindi candidare Carmelo…». Tinti descrive nei dettagli il funzionamento dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm regionali che a loro volta «pre-selezionano » i magistrati che poi il Consiglio superiore della magistratura dovrà scegliere per gli incarichi direttivi. «I candidati contattano i loro santi protettori… Le lodi si sprecano, ogni corrente sostiene il suo candidato, che certe volte è espertissimo e altre non ha mai ricoperto quel ruolo ma è proprio quello che si vuole, talvolta è il più anziano talvolta il meno anziano ma molto più bravo, e così via», spiega il magistrato torinese. E sul blog si trova il resto.

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7 agosto 2013

Sarà anche vero che un giudice, anzi, diciamo pure un presidente, della Corte di Cassazione avrebbe fatto meglio a non rilasciare interviste. E sarà anche vero che non avrebbe dovuto motivare su un giornale la sentenza appena emessa. E’ perfino possibile pensare, seguendo analoghi criteri di giudizio, che comportamenti simili avviliscano l’idea stessa di giustizia, minando l’autorevolezza e la credibilità di chi la guida ai suoi livelli più elevati. Tutto questo si può concedere. Ma come non sentirsi confortati dalla lungimiranza di una Cassazione la quale ha stabilito per tempo che un paese dove la Cassazione compie simili stronzate non è comunque definibile un paese di merda? 


Bravo Panebianco (con un ma)

Il caso Esposito e quella magistratura che non lascia riformare la politica

L’intervista concessa al Mattino da Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della corte di Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, rappresenta un inaudito atto di arroganza. Spetterà ad altri valutare le conseguenze giudiziarie, ma è evidente la volontà di celebrare il trionfo del “potere” giudiziario sulla politica, anche anticipando motivazioni peraltro contraddittorie di una sentenza che assume sempre di più il carattere di un pronunciamento politico. Lo squilibrio tra potere politico e “potenza” giudiziaria, ricordato magistralmente da Angelo Panebianco nell’articolo di fondo del Corriere della sera di ieri, non avrebbe potuto esprimersi in maniera più plastica (e preoccupante).

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domenica 4 agosto 2013

Dubbi. 2


"....Ma uno sconosciuto signore, certo Silvio Berlusconi, scese in campo per contrastare il passo al partito comunista e in due mesi vinse le elezioni ottenendo il governo del Paese. Da quel momento si scatenò contro di lui una azione ininterrotta della magistratura che nel ’94 fece cadere il governo, tramite un’accusa di corruzione cui seguì una assoluzione con formula piena, una azione che si sviluppò poi con oltre 50 processi di cui 41 conclusi senza essere riusciti a raggiungere una condanna.
Io non sono mai stato socio occulto di alcuno, non ho ideato mai alcun sistema di frode fiscale, nella storia Mediaset non esiste alcuna falsa fattura, così come non esiste alcun fondo occulto all’estero che riguardi me e la mia famiglia.

Dal videomessaggio di Berlusconi, 2 Agosto.

Dubbi. 1


Una sentenza da Quarto mondo

Parla Ben Ammar: “I giudici così mettono al bando metà paese”

La decisione della Corte di Cassazione, che due giorni fa ha confermato la condanna a quattro anni per frode fiscale inflitta a Silvio Berlusconi dalla Corte d’Appello di Milano (che pure dovrà rideterminare la pena accessoria, cioè l’interdizione dai pubblici uffici), “riguarda più l’Italia che Berlusconi stesso”. Una sentenza – è il ragionamento dell’imprenditore e produttore cinematografico Tarak Ben Ammar – che segnala una “deriva in atto che mette a rischio la vostra democrazia”. Ben Ammar, giramondo nato in Tunisia e tra le altre cose consigliere d’amministrazione di Telecom e Mediobanca, parla con il Foglio e sottolinea che il tentativo definitivo di eliminazione di un leader politico per via giudiziaria “rende indiscutibile, agli occhi di tutti, che un problema di democrazia c’è. Che se Montesquieu teorizzava la separazione dei poteri come base della Repubblica, e se la stessa è ancora vigente negli Stati Uniti e sempre meno nella Francia in cui vivo, allora oggi in Italia c’è un problema di democrazia. Ora con questa sentenza siete entrati nel ‘Quarto mondo’, e lo dico da uomo del cosiddetto ‘Terzo mondo’ che tenta di portare il suo paese e la sua cultura nel ‘primo mondo’”. Ben Ammar, classe 1949, attraverso Quinta Communications controlla la rete privata tunisina e panmagrebina Nesma, dal 2012 è proprietario anche del canale egiziano On-Tv cedutogli da Naguib Sawiris, per un totale di 50 milioni di spettatori al giorno, “un progetto di modernizzazione della società”, lo definisce lui stesso. Ben Ammar usa parole dure per descrivere la situazione italiana, ma senza ditino alzato, parla piuttosto col tono affranto dell’amante che si sente un po’ tradito dal nostro paese: “A partire da Tangentopoli, il potere giudiziario è diventato sempre più forte. Al punto che ormai, anche quando ha ragione, finisce per avere torto da un punto di vista istituzionale”. Troppo interventista, insomma, al di là dei limiti che gli sarebbero consentiti. Sarà, ma se a dirlo è lei, vicinissimo all’ex presidente del Consiglio… “Di più, io di Berlusconi sono amico fraterno. Per questo non ne metto nemmeno in discussione l’etica personale”. (segue dalla prima pagina)
“Conosco Berlusconi nei suoi segreti più intimi – dice Ben Ammar – non c’è sua scelta di cui non sia al corrente. Non è l’uomo nero delle trattative segrete, tanto che nella comunità economica e finanziaria spesso si scherza: ‘Non diciamolo a Silvio, altrimenti poi lo sapranno tutti’. Insomma, si dice che le sentenze non si commentano, ma nella storia ce ne sono state molte di sbagliate: in questo caso sono certo che Berlusconi non abbia lasciato operare evasori o corruttori nella sua azienda, Mediaset, o in combutta con essa. L’ho già detto: l’unico suo socio straniero sono stato io, lo rimango e sono geloso”. Ride. E poi serio: “Finora non avevo mai commentato i suoi processi, soprattutto quelli in corso, ma adesso non posso non parlare di uno scandalo che si trascina dal 1993, cioè da quando Berlusconi ha deciso di fare politica”. Due sere fa, dopo aver registrato e trasmesso il videomessaggio di commento alla Cassazione, l’ex presidente del Consiglio ha risposto a quella di Ben Ammar tra le prime telefonate in arrivo: “Gli ho fatto i complimenti. E’ il classico uomo cui puoi guardare nell’anima attraverso gli occhi. Ha parlato con il cuore in mano, era commosso. Gli ho detto che mamma Rosa lo aveva ascoltato – io sono un credente – e che lo invitava sicuramente a seguire il suo cuore”.
E’ dal momento della discesa in campo, ragiona Ben Ammar, che qualcuno ha preferito sfidare Berlusconi non sul piano della politica, ma dicendo agli italiani che non potevano votarlo: “Perché c’era il conflitto d’interessi, perché era ineleggibile, perché era un mafioso, un pedofilo, ora un evasore. Ma nonostante questi ‘consigli’, milioni di italiani hanno continuato e continuano a votarlo. Mentre nonostante le tante assoluzioni, come avete scritto sul Foglio, ci saranno milioni di italiani che continueranno a non votarlo. Questa sentenza è importante, però, perché conferma la teoria del ‘Berlusconi perseguitato’”.
Ben Ammar non intende minimizzare un altro messaggio che ritiene di intravvedere tra le righe della sentenza e soprattutto nella reazione dell’opposizione politica a Berlusconi. “Ancora una volta, il mio ragionamento parte dalla conoscenza personale che ho di Berlusconi, da un episodio che potrà far sorridere. Sono anni che gli propongo di fare assieme un giro del mondo. Lui ogni volta mi risponde: ‘Devo prima completare la mia riforma politica dell’Italia’. Ecco, quello che la magistratura tenta di cassare è il sogno di un uomo della cosiddetta società civile. Ricordo che quando ero al liceo, in una scuola cattolica di via Aurelia a Roma, rimasi colpito da una frase di John Kennedy, presidente degli Stati Uniti: ‘Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese’. Ora è noto a tutti che, se un domani ci saranno altri ‘Berlusconi’, questi saranno sottoposti allo stesso tipo di attacco sistematico”. Quel che non è mai andato giù a molti, è soprattutto il carattere di “outsider” di Berlusconi: “Eliminato lui o altri come lui, le strade rimarrebbero aperte ai soli professionisti della politica, alle solite vecchie lobby e ai soliti attori del vecchio e stantìo sistema finanziario. Ma oggi quel sistema non va giù agli stessi italiani. Vedo sempre più spesso, infatti, imprenditori che rinunciano a fare affari in Italia, banche che non prestano, milioni di italiani che convogliano la loro sacrosanta frustrazione in un voto di mera protesta come quello per Grillo, e la disoccupazione che aumenta”.
Perciò, continua Ben Ammar, quel che più apertamente dovrebbe essere discusso è l’intento pedagogico insito nell’offensiva giudiziaria e mediatica: “Da anni c’è un élite, anche mediatica se penso per esempio all’importante gruppo Espresso, che continua a ripetere ‘questo uomo è il male’, oppure ‘questo uomo è la mafia’, ‘questo uomo è il capitalismo’, e via dicendo. Questa élite non comprende una buona parte del suo stesso popolo. A molti italiani continua di fatto a dire: ‘Potrete contare soltanto quando sarete come noi’. Eppure perfino i francesi, che conosco bene e che non sono mai stati magnanimi con voi italiani, hanno dovuto in qualche modo lodare Berlusconi, come emerge dalla lettura dei giornali di oggi (ieri per chi legge, ndr)”. Conclude l’imprenditore tunisino: “Ecco, a quelle élite che in tutti i modi vogliono far fuori Berlusconi, anche senza tenere conto della volontà popolare, dico: mi ricordate quegli occidentali o quei fondamentalisti islamici che in Egitto e altrove continuano a dire a noialtri che la democrazia ci farebbe male, che sarebbe meglio se ci attenessimo a quanto suggeriscono loro. Ma vorrei vedere cosa succederebbe se domani si andasse al voto. Se gli italiani non preferirebbero una rivoluzione totale ai consigli dei soliti noti”.

venerdì 2 agosto 2013

Investire in Italia?


Marchionne non è simpatico. Non mi è simpatico. Forse peggio di lui, come empatia, ci sono gli Agnelli. Che però, come lui, mica sono scemi. Anzi. La Fiat, va detto, ha sfruttato a suo tempo i momenti opportuni del conflitto sociale, per far pesare il suo bilancio traballante anche sul bilancio del Paese, chiedendo - in cambio di occupazione e produzione - cassa integrazione ed aiuti. Le auto, esclusi pochissimi modelli, oggi non sono nè belle nè competitive. Le relazioni sindacali, oggi, sono all'osso ed al limite della rottura. Le idee, ieri ed oggi, quando gli ingegneri ce l'hanno, la Fiat le vende ai concorrenti e non le sfruttano neanche un po'. Minacciano. Piagnucolano. Tutto vero. Ma... Ma, investire in Italia, è davvero impossibile. Su questo Marchionne ha ragione da vendere. Mille ragioni. Una burocrazia al limite della follia. La nostra vocazione industriale che è al lumicino. La chimica è morta. L'edilizia è defunta. Il manifatturiero stenta. Le infrastrutture sono fatiscenti. I processi di trasformazione sono emigrati all'estero. Non abbiamo materie prime ma tanta mano d'opera a costi proibitivi. Importiamo energia. Il turismo è gestito da dilettanti allo sbaraglio. Tassazioni sopra il livello di guardia. Migliaia di leggi. Labirinti politici inossidabili ed indecisi a tutto. Il fatturato regge per ora solo per i meriti delle PMI e per l'esportazione di prodotti di nicchia ad alto valore aggiunto. E forse per il comparto agricolo, ancora sulla cresta dell'onda. Leggo di persone che, sulle minacce di Marchionne, dicono con leggerezza: "Marchionne? E' un bastardo capitalista. Dice che porta via la Fiat fuori dall'Italia? Ma chissene frega, lo faccia". A me invece frega. E molto. Perchè quando ci saranno solo i pubblici dipendenti a macinare il PIL, non ci sarà più da mangiare per nessuno. Nè per noi, nè per i Panda. Perchè un Panda, macchina o animale, non si può macinare. Punto.
Michele Pizzuti

giovedì 1 agosto 2013

American saying

If you always do what you’ve always done, 
you will always get what you’ve always got.