DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)
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lunedì 18 giugno 2018

Omertà! Omertà!

 

 

LA VERSIONE DI TRAVAGLIO - “AVEVA UN CURRICULUM ALL'ALTEZZA, LANZALONE? SÌ. AVEVA LA FEDINA PENALE PULITA? SÌ. AVEVA INDAGINI IN CORSO? NO. AVEVA MAI DATO ADITO A SOSPETTI? MAI. EPPURE ORA È AGLI ARRESTI DOMICILIARI. NESSUNO INTELLETTUALMENTE ONESTO POTEVA DIRE, FINO A UNA SETTIMANA FA, CHE FOSSE UNA MELA MARCIA O BACATA.

Abbiamo scritto che il caso Lanzalone dimostra ancora una volta due dei vizi d' origine dei 5Stelle: la mancanza di una classe dirigente affidabile e la disinvoltura nella scelta dei collaboratori. Non è così: magari lo fosse, ma purtroppo non lo è. È molto peggio: è la prova dell' inquinamento endemico e sistemico della "società civile".



Ci eravamo fidati della vulgata dominante sui media: il genovese Lanzalone deve per forza essere amico di Grillo, e dunque dei Casaleggio, che per forza devono averlo piazzato prima a Livorno come consulente della giunta Nogarin e poi, tramite le loro marionette Fraccaro e Bonafede, a Roma come consulente della giunta Raggi, su su fino alla presidenza di Acea. Invece è tutto sbagliato.


Lanzalone non è amico né di Grillo né dei Casaleggio, che non conosce fino a quando approda a Livorno. E come approda a Livorno? Lo chiama il sindaco M5S Filippo Nogarin, che ci racconta tutto a pagina 3.

………..



Saranno infatti Bonafede e Fraccaro, quando esploderà a Roma la bomba dello stadio, a indicare Lanzalone alla Raggi. Anche lì, con buoni risultati. Una querelle che pareva destinata comunque al disastro - o lo stadio-ecomostro con le tre torri e le speculazioni intorno, o niente stadio con i tifosi sotto il Campidoglio e la casa della sindaca e magari qualche penale milionaria da pagare al costruttore Parnasi - viene risolta con un onorevole compromesso: via le torri e la speculazione, cubature dimezzate.
È con quel curriculum che Lanzalone viene incaricato di scrivere il nuovo statuto 5Stelle (Di Maio capo al posto di Grillo) e di seguire le cause con gli espulsi.

E fu nominato presidente di Acea (dove nessuno eccepisce sulla sua competenza). Poi i pm scoprono - dalle intercettazioni - ciò che nessuno può sapere: Lanzalone ha avuto incarichi per 100 mila euro da Parnasi. Secondo la Procura è corruzione, ma già fin d' ora si può parlare di conflitto d' interessi.

………..
nvece Mr.Wolf esce da una procedura di selezione più che corretta. Tutto si può rimproverare a Nogarin e Raggi fuorché di aver scelto un incompetente o un manigoldo. Aveva un curriculum all' altezza, Lanzalone? Sì. Ha superato la concorrenza di altri esperti? Sì. Aveva la fedina penale pulita? Sì. Aveva indagini in corso? No. Aveva mai dato adito a sospetti? Mai.


Eppure ora è agli arresti domiciliari. Nessuno intellettualmente onesto poteva dire, fino a una settimana fa, che fosse una mela marcia o bacata. Ora col senno di poi si può dire che la mela s' è guastata dopo. Ma non c' è fedina penale né curriculum che possa garantire l' impermeabilità alla corruzione, ai conflitti d' interessi o ad altre tentazioni.

''GRILLINI E "FATTO" DA BOIA A GHIGLIOTTINATI” - SALLUSTI SCATENATO: ‘’ADESSO SI VA DA “LANZALONE CHI?” FINO AL PARADOSSALE “GRILLO E CASALEGGIO NON SAPEVANO NEPPURE CHI FOSSE” - IL LORO MONDO È INQUINATO COME TUTTI GLI ALTRI E DA INQUISITORI I TRAVAGLIO D'ITALIA SI RITROVANO A FARE GLI AGNELLINI CHE AL CONFRONTO EMILIO FEDE CON BERLUSCONI APPARE OGGI COME UNO CON LE PALLE - SI STANNO RIMANGIANDO TUTTI GLI ESCREMENTI CHE PER ANNI CI HANNO TIRATO ADDOSSO’’.

Adesso si va da «Luca Lanzalone chi?» a «l' ho incontrato una volta al ristorante ma per caso» fino al paradossale «Grillo e Casaleggio non sapevano neppure chi fosse». Nei Cinquestelle è gara a scaricare quello che fino a ieri era l' uomo più potente del Movimento e che ora si trova agli arresti per corruzione e associazione a delinquere. Marco Travaglio, megafono grillino, non si dà pace e firma senza vergognarsi uno dei suoi capolavori.

La cui sintesi è: il caso Lanzalone è solo sfiga, era un grande con un curriculum da premio Nobel e nessuno poteva immaginare che fosse un furbacchione probabilmente corrotto. Avete presente quando un genitore si ritrova con un figlio delinquente o drogato e invece che a se stesso dà la colpa alla società: era un bravo ragazzo, me l' hanno rovinato.


Già, meglio arrampicarsi sugli specchi che guardarsi allo specchio e ammettere i propri limiti e fallimenti. Soprattutto se l' immagine che vedi riflessa è la negazione di tutto ciò che pensavi di essere e che invece non sei, se scopri sul volto i segni dei mali da cui pensavi di esser immune.
Lanzalone non è un caso di sfiga, è un caso dei Cinquestelle probabilmente più diffuso di quanto possiamo immaginare. Tempo al tempo: fino a che non guadagni non puoi evadere le tasse, fino a che non sei sposato tradire la moglie.
Ora i grillini tengono lavoro e famiglia: fine del moralismo e della virtù facile perché obbligata dalle condizioni. Il loro mondo è inquinato come tutti gli altri e da inquisitori i Travaglio d' Italia si ritrovano a fare gli agnellini che al confronto Emilio Fede con Berlusconi appare oggi come uno con le palle. Si stanno rimangiando tutti gli escrementi che per anni ci hanno tirato addosso, hanno paura di fare la fine di Robespierre, da boia a ghigliottinati.
 Essere giustizialisti con i nemici e garantisti con gli amici è cosa da gente senza nerbo e valori. Quel principio «non poteva non sapere» con cui è stato massacrato (e condannato) Silvio Berlusconi ora improvvisamente non vale più. Grillo, Casaleggio, Di Maio e tutta la combriccola potevano non sapere. Anzi, a leggere Travaglio «dovevano» non sapere. Altrimenti casca l' asino. Da «onestà, onestà» a «omertà, omertà».

 




 

martedì 9 dicembre 2014

Le valigie di Alemanno


Caro Dago,
GIAMPIERO MUGHINIGIAMPIERO MUGHINI
totale è il mio disinteresse umano e letterario per questa masnada di farabutti che (a quanto pare) hanno trafficato e triangolato nella pubblica amministrazione romana a dar lustro alle loro carriere e volume ai loro redditi. Di tutto ciò che raccontano i giornali - o meglio le “intercettazioni” pubblicate dai giornali - non c’è nulla che mi sorprenda, meno che mai la commistione tra gente che un tempo avresti detto di destra e quelli che un tempo avresti detto di sinistra. Così funziona la fogna della nostra società, lì dove si maneggiano quantità ciclopiche di denaro pubblico.

alemanno lupa capitolina by spinozaALEMANNO LUPA CAPITOLINA BY SPINOZA
Mi interessa molti invece la linea divisoria tra civiltà e barbarie a proposito dell’uso esuberante che i mass-media fanno delle intercettazioni. Il caso di Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma (ovviamente a suo tempo avevo votato per Francesco Rutelli). Uno degli intercettati (e arrestati) racconta al telefono di aver “sentito dire” da non ricordo quale quaquaraquà suo vicino di casa che Alemanno si è fatto dei viaggetti in Argentina onusto di valige zeppe di money.

intercettazioni-telefoniche-fotogramma-258.jpegINTERCETTAZIONI-TELEFONICHE-FOTOGRAMMA-258.JPEG
Ebbene il circuito massmediatico funziona così. Parte un servizio televisivo dove quello sproloquio telefonico viene dato per serio e attendibile. Lo spettatore che non arriva alla fine del mese (la metà degli italiani) sta all’erta, in attesa di vedere le foto di Alemanno e delle sue valige all’aeroporto. Il servizio dura quattro o cinque minuti buoni.

Alla fine del servizio, in coda e a voce bassa lo speaker recita che la Procura di Roma non ha trovato niente di niente al riguardo. Che al momento non c’è niente di niente sulle valige di Alemanno, e questo laddove un buon 50 per cento degli italiani ce lo hanno già tatuato nell’anima che l’ex sindaco s’è portato via e messo al sole ciò che s’è guadagnato a forza di corruzione. Io questa la chiamo barbarie.

Beninteso, dovessero scoprire “senza il minimo dubbio” che quelle accuse sono vere, allora Alemanno potrebbe essere immediatamente ospitato nelle patrie galere e la chiave della cella buttata via. Allora sì. Ma non un minuto prima.

GIAMPIERO MUGHINI

giovedì 5 giugno 2014

Mestieri belli e mestieri antichi



Lettera 11
Se davvero i fatti sono come ci viene detto, o sono così coglioni da pensare che, pur in una situazione che già sapevano sotto indagine, non sarebbero stati scoperti, oppure quelli che fanno "il mestiere più bello del mondo" sanno che anche se scoperti ci rimettono poco. In ogni caso, a quei "figli di quelle che fanno il mestiere più antico del mondo" bisogna che la Legge si decida, una volta per tutte, a dare pene più certe e più dure. A quando un bel "41-bis" per i corrotti?

Vittorio Setiprendotifaccioilculopiùgrandedelmondo ExInFeltrito

giovedì 31 gennaio 2013

Del Turco

Già, c'è anche, ancora, Ottaviano Del Turco che ha a che fare con la magistratura.
Ce n'eravamo dimenticati.

Arrestato il 14 luglio 2008.
Da quasi cinque anni si difende dalle accuse di Vincenzo Angelini.
Non ci sono prove tangibili delle mazzette che avrebbe intascato.
Oggi, 31 gennaio 2013 ha parlato in aula per la prima volta.
Alla domanda:
"Ma davvero lei l'unica cosa materiale che ha mai preso da Angelini è stata la partecipazione di nozze di sua figlia?"
Guardando negli occhi i magistrati ha risposto:
"Si. Posso aggiungere che non c'erano nemmeno i confetti.
E' inutile: non c'è nessuna busta".

A quando il verdetto?
E poi? Appelli? Ricorsi?
Per finire nel duemilae...?
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E così, quanto a lungo dovremo vivere per sapere la verità su tutto ciò che sta succedendo ora???

giovedì 20 dicembre 2012

BELL' ITALIA

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3-10-2012


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4-10-2012

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4-12-2012
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9-10-2012


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23-10-2012


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25-10-2012
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31-10-2012
14-11-2012


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29-10-2012
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30-10-2012
Ma nel 2006, l'Unita':
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31-10-2012
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"Diversi lettori e colleghi - anche autorevoli - ci chiedono e scrivono più o meno questo: ma come, Report ha copiato le vostre inchieste su Di Pietro e voi non dite niente? Non vi hanno neppure citato e voi non dite niente? Cioè: giornalisti e dipietristi stanno scoprendo l’acqua calda e voi non dite niente? Risposta: no, non diciamo niente. Nel senso: abbiamo già detto con le nostre inchieste, appunto, e per il resto il giornalismo è fatto così. C’è chi semina - anche fuori stagione - e chi vendemmia e magari ci fa pure il vino, e raramente sono le stesse persone. È vero, l’inchiesta di Report non aggiunge un dato che sia uno - semmai ne toglie - a quanto fu variamente pubblicato, anni fa, su giornali e libri, e una differenza, probabilmente, è che ai tempi Di Pietro seppellì tutti di querele - lui col suo studio di inquisiti, i Maruccio & Scicchitano - mentre vedrete che ora contro Report non farà nulla". A tre giorni dalla punatata di Report sul patrimonio immobiliare di Tonino Di Pietro e l'Italia dei Valori, Filippo Facci per Libero del 31 ottobre torna sull'argomento. "Io, come altri colleghi - spiega Facci - lo scrivo da tempo, ma Tonino è sempre stato forte di un clima di consenso generale; oggi che, abbandonato dal Pd e punalato da Grillo, è un cane che affoga, tutti si sentono liberi di bastonarlo".
Leggi l'articolo completo su Libero di mercoledì 31 ottobre 


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8-11-2012
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9-11-2012

Ricapitoliamo.
Ottobre 2009. Un'inchiesta del Giornale denuncia presunti abusi e irregolarità nel milione di euro concesso nel 2005 dalla Regione Emilia Romagna alla cooperativa agricola Terremerse presieduta da Giovanni Errani, fratello maggiore di Vasco, per costruire una cantina vinicola a Imola. Scoppiata la bagarre, il governatore commissiona a due collaboratori una memoria difensiva per la procura di Bologna. Per il procuratore capo Roberto Alfonso, che in quei mesi stava indagando sull'allora sindaco felsineo Flavio Delbono, il dossier costituisce una notizia di reato. Le verifiche portano a galla incongruenze e omissioni nei documenti prodotti dagli uffici di Errani. Si sospetta che il governatore voglia coprire gli illeciti del fratello (che si era dimesso, travolto dalle polemiche) e i lacunosi controlli della Regione. Il governatore viene così iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di falso ideologico in atto pubblico cui si aggiunge, per gli autori della relazione, l'ipotesi di favoreggiamento. L'avviso di garanzia per truffa aggravata era già arrivato al fratello Giovanni e ad altre cinque persone per le irregolarità nella gestione e nei controlli del ricco finanziamento regionale. Martedì, all'udienza preliminare per decidere se andare a processo o archiviare, Giovanni Errani chiede (e ottiene) un rinvio mentre Vasco chiede (e ottiene anch'egli) un giudizio abbreviato. La procura si oppone per non dividere il processo, ma il gup Giangiacomo, tra i leader di Magistratura democratica, ascolta gli imputati. L'avvocato Gamberini ne era certo da giorni.

Errani va immediatamente a giudizio ed è una prima vittoria: scansa altri mesi di polemiche, viene giudicato da una toga rossa di provata fede ed evita un processo alla vigilia delle elezioni politiche. Ottenuto lo stralcio, l'assoluzione era a un passo ma non scontata. Le irregolarità c'erano, la Procura aveva chiesto per Errani una condanna a 16 mesi (ridotti di un terzo per il rito abbreviato). Il governatore, dopo nove ore di udienza a porte chiuse, era nervosissimo. Tuttavia, con motivazioni che il gup depositerà entro 60 giorni, Errani è stato assolto come i suoi funzionari. Costoro non avevano intento doloso nel redigere il dossier, né Errani ha sollecitato l'illecito: questa, in sostanza, la tesi del giudice.

Tutti assolti, tutti felici per una sentenza «politicamente correttissima». Contento Errani, che ora (non prima) fa sapere che si sarebbe «inevitabilmente» dimesso se condannato; esultano l'avvocato, che sgrida la procura («l'azione penale non doveva nemmeno essere promossa, valutazioni sbagliate hanno condotto a scelte sbagliate»), la Regione, il Pd, Bersani (di cui Vasco è il braccio destro) e perfino le zone terremotate di cui il governatore è commissario straordinario. Soddisfatto anche il dottor Giangiacomo. Ai giornalisti che gli chiedono dell'appartenenza a Md, la corrente di sinistra delle toghe, risponde: «E allora?».
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2- LA CONDANNA ARRIVA DAI GRILLINI: NON POTEVA NON SAPERE
Mariateresa Conti per "il Giornale"
Sarà che con Di Pietro, Beppe Grillo dixit , non si fanno accordi, ma comunque è un amico. Sarà che ha un blog su Il Fatto quotidiano, e dunque, per osmosi, un po' di giustizialismo lo respira in rete. O sarà anche che questa storia non l'ha mai convinto fino in fondo, vedi l'intervento in Aula di tre mesi fa, postato ieri su Facebook .
Fatto sta, comunque, che i grillini, o meglio il grillino «ribelle» Giovanni Favia, competente per territorio in quanto consigliere regionale dell'Emilia Romagna, indossa virtualmente la toga e rifà il processo a Vasco Errani, il suo governatore fresco di assoluzione. Lui, a un Errani ignaro dei contenuti falsi della relazione sul finanziamento regionale al fratello, non crede. E non crede nemmeno che si sarebbe dimesso in caso di condanna, come ha fatto sapere, neanche a dirsi, rassicurato dal verdetto di assoluzione.
Del bono FlavioDEL BONO FLAVIO
La requisitoria di Favia è contenuta in una nota. «Errani - accusa - ha portato una relazione falsa in Procura, che qualcuno deve aver scritto. E non mi interessa che ne fosse cosciente o meno (bizzarro questo secondo caso) in merito ad un procedimento, ancora da chiarire, riguardante un finanziamento regionale di un milione all'azienda del fratello. Punto. Questi sono i fatti che politicamente rimangono e non sono cancellabili ».
Favia avanza perplessità anche sul rito alternativo. Il giudizio abbreviato, infatti, ha consentito al governatore un processo limitato allo stato degli atti. E ha separato la sua posizione da quella del fratello, Giovanni, che sarà processato tra qualche mese visto che il suo legale ha ottenuto un rinvio per i danni subiti dal suo studio, a Ferrara, a causa del terremoto.
GIOVANNI FAVIAGIOVANNI FAVIA
«Mi domando - tuona il grillino - se la divisione dei processi non sia stata frutto di un calcolo giuridico raffinato. Davvero l'avvocato del fratello Giovanni Errani aveva lo studio danneggiato dal terremoto? O si è avvalso di quella norma, fatta per tutelare chi davvero ha avuto conseguenze gravi, per consentire al presidente di subire un processo "al buio", privato dei suoi aspetti più torbidi?».
Insinuazioni, dubbi. Lo stile da pm si confà al giovane consigliere grillino. Che dice di«rispettare in toto» la sentenza, e di non avere problemi per il fatto che il Gup sia di Magistratura democratica. Ma lancia l'affondo sul piano politico: «Fatico a credere che Errani non abbia letto quelle poche righe, essenziali, della relazione che consegnò, in cui c'era un falso». Insomma, la grillino­sentenza è emessa: il caso Terremerse resta una vicenda «poco chiara».
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9-11-2012


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12-11-2012










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                             19-11-2012

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20-12-2012

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