DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)

martedì 15 febbraio 2011

Topi inglesi e tope italiane

La residenza del primo ministro inglese è piena di topi.
Quella del nostro è piena di tope.
Vittorio Roditore InFeltrito ImBelpietrito

L'Italia migliore e Umberto Eco

Questa piccola storia è l’esempio per fetto in miniatura di quel che sta suc cedendo in Italia. Lucera, Teatro Gari baldi, domenica scorsa. Ho una lectio sull’unità d’Italia, il teatro è pieno ma non si può cominciare perché suona l’al larme antincendio e ogni volta che lo spengono riprende. Tardiamo, rischio di non parlare, invertiamo il program ma, prima il concerto. Finalmente l’al larme cessa. Parlo. Alla fine, gli organiz zatori mi dicono che hanno beccato un uomo e una donna che azionavano l’al larme per impedirmi di parlare, perché, a loro dire, «non sono gradito a Lucera».
Chi lo stabilisce il gradimento? Non il pubblico che è numeroso e caloroso nei miei confronti, né il Comune, la polizia, il tribunale. Lo decidono due cretini di sinistra che si arrogano di parlare nel no me della verità e della città e di decreta re chi ha diritto e chi no di parlare. In precedenza qui sono venuti scrittori di sinistra come Odifreddi e Boldrini ma nessun cretino di destra è andato a boi cottare l’incontro. Si vede che il cretino di destra è garbato, e se uno non gli pia ce, non va a teatro. I due cretini di sinistra se ne fregano dei diritti della maggioranza del pubblico, se ne fregano che la sinistra ha potuto parlare in liber­tà, se ne fregano di quel che dirò, magari criticandomi dopo avermi ascoltato. No, vogliono impedirti di parlare, rifiu tano a priori che tu esista, e non poten do eliminarti, ti negano la parola. 
Come fanno i giornali di sinistra che fingono che tu, di destra, non esista. Quei due cretini non sono isolati. Ricevo ogni gior no insulti da cretini di sinistra, per posta elettronica, sui blog, sul sito del Giorna le , perché non la penso come loro e dun que sono un venduto; disprezzano pure i miei libri senza averli mai letti. Mi odia no perché sono di destra e non della de stra al loro servizio, ma considero prefe r ibile questa specie di centrodestra ai lo ro compagnucci. Ecco, quei due cretini sono un campione perfetto di molta sini stra di piazza, di stampa, di toga, di nien te. Con la bava alla bocca e al cervello. Fate un monumento allo Stupido Igno to, di sinistra; simbolo dell’Italia che Eco giudica migliore.

(M. Veneziani)

Urne piene e Quirinale ubriaco

Giuliano Ferrara per "Il Foglio"
GIULIANO FERRARA
QUESTI VOGLIONO URNE PIENE E QUIRINALE UBRIACO - La sfacciataggine di Scalfari e soci, insomma la struttura Alfa, è così grande, impudente, che è impossibile non provare per loro una certa simpatia. Come bricconi intellettuali non riusciamo a superarli nemmeno noi. Hanno passato esattamente diciassette anni, dal ribaltone di fine 1994 ad oggi, a sostenere la seguente tesi: il presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere se ci sia una maggioranza possibile, qualunque essa sia.
EUGENIO SCALFARI CARLO DE BENEDETTI
E noi a dire: ma con il maggioritario i governi si fanno nelle urne, in Parlamento si limitano a ricevere la fiducia, ed è per questo che siamo finalmente arrivati all'alternanza di forze diverse alla guida dello stato, grande conquista liberaldemocratica ottenuta per la prima volta con la successione Berlusconi-Prodi-Berlusconi o centrodestra e centrosinistra, se preferite.
NAPOLITANO BERLUSCONI
Adesso sostengono esattamente il contrario, perché è il contrario che credono gli convenga. Il capo dello stato, suggeriscono, può sciogliere quando lo desideri le Camere, e per motivi insindacabili, nonostante la sua nota "irresponsabilità politica" sancita dalla Costituzione a tutela della sua funzione di garanzia. Che lo affermino capi e gregari della nota lobby, va anche bene, li conosciamo.
BERLUSCONI PRODI
Ma i costituzionalisti e i giuristi dovrebbero stare attenti: se gli tengono bordone finiscono in mutande pure loro, ma senz'ombra di ironia. La nostra fortuna comune è che Giorgio Napolitano, mentre questi volitivi cercano di ottenere le urne piene e il Quirinale ubriaco, è un tipo piuttosto sobrio.
IL TREDICENNE G.T. AL PALASHARP
LA DELUSIONE SUSANNA CAMUSSO - Con quella bella e autorevole faccia, poteva essere il leader laburista di una coalizione sociale (domani, chissà, politica) in grado di rimettere con i piedi per terra il paese martoriato da crociate ideologiche. Si era dichiarata come una sindacalista tosta, orientata a reintrodurre il mestiere di negoziare e battersi per il miglioramento delle condizioni di vita e di salario dei lavoratori, poi va da Saviano a leggere elenchi grotteschi, va al Palasharp a fiancheggiare i neopuritani, va in piazza ad agitare l'astratta bandiera della dignità femminile con toni retorico-moraleggianti. Che peccato. Che delusione. Un'altra come tanti.
SUSANNA CAMUSSO
LA SCOMPARSA DEL BALILLA ETICO - Abbiamo aperto la manifestazione di Milano contro la Repubblica della virtù riesibendo con orrore e grande mestizia il balilla etico in bocca al quale era stato messo, perché lo riversasse in un microfono per la gioia degli avanguardisti adulti, l'odio contro il nemico assoluto. Avrete notato con quanta cura ogni giornale e ogni televisione hanno cancellato l'episodio. Quotidiane testimonianze ci dicono che quel trattamento infame tocca a molti scolari dell'istruzione pubblica. Il silenzio pesa sulle persone serie della parte avversa: perché non gridate il vostro schifo?

Silvietto in castigo dalle Orsoline!

E così il 6 Aprile Carmen, Giulia e Orsolina faranno un bel bunga-bunga al povero Silvietto. Ilda la rossa non poteva inventarsi un finale migliore: in castigo dalle  Orsoline!!!
Vittorio Madresiabuona InFeltrito ImBelpietrito

Dal coccodrillino al caimano

Escort e contesse

Il Cav. se ne vada à la Nixon, ma basta con questo moralismo farlocco

Intercettazioni esagerate, accanimento giudiziario e mediatico. Tutto vero. Però il Cav. ha fatto quel che poteva per esporsi alla gogna e per mostrarsi al mondo come un uomo ricattabile, fragile e ridicolo. Per un politico, “il personale è politico”, tribunali a parte. E’ patetico sostenere che ad Arcore si facevano festicciole tra amici. Gli amici sarebbero coorti di signorine reclutate per finire nel bungalow? Ma va là. Quindi mi auguro che l’Anfitrione non si candidi più ad alcuna carica pubblica, compresa quella quirinalizia. Può contrattare un’impunità modello Nixon. Dopodiché, mutatis mutandis (e absit iniuria verbis), il berlusconismo può continuare anche in assenza dell’eponimo, come il cesarismo, il bonapartismo e il peronismo.
Ciò premesso, leggo, ascolto e vedo parecchie stranezze. Molte signore che (giustamente) promossero ogni precoce liberazione sessuale e ogni love in liceale, oggi ripetono ossessivamente che tra le ospiti del bungalow berlusconesco c’era una minorenne, o (forse) due.
Va bene, la legge va rispettata. Ma sarebbe ragionevole distinguere le minorità, caso per caso. Uno, magari, ignora le foto e le pose spigliatissime delle pupe in questione e si figura che l’Orco abbia traviato qualche collegiale in calzettoni. Uno, magari, immagina che il Cayman s’avvicini alla bimba bisbigliando: “Piccina Rubacuori, che t’ha portato la Befana? Così sbottonata prendi freddo, mettiti il cappottino, o almeno il baby doll. E tanti auguri allo zietto Hosni, che ne ha bisogno”. A proposito: fra Lolita e Humbert Humbert, chi aveva più potere contrattuale? E tra una ragazzotta e un anziano, chi ha più strumenti per spolpare l’altro?
Nel frattempo, molti severi opinionisti strillano in tv che il Cav. ottenebra con le tv la mente collettiva del popolo italiano. Ok, i telegiornali (per quel che contano) sono in parte lottizzati e in parte domestici, ma i talk show politici più seguiti sono audacemente ostili al governo. Per quel che riguarda le altre programmazioni (ree di proporre stili di vita subalterni), osserverei che quasi tutti i format sono importati da quell’estero che spesso ci impartisce lezioni di correttezza. Né ci si può lamentare delle troppo calunniate veline, che ballonzolano sul teleschermo forse per un minuto, meno svestite di una qualsiasi signora in spiaggia.
Sui mass media pieni di donne seminude perfino per le pubblicità di automobili, campeggia la denuncia della mercificazione del corpo della donna. A parte il fatto che si mercifica allegramente anche il corpo dell’uomo (cfr. gli spot di Dolce & Gabbana eccetera), non si capisce perché mai si debba costruire una gerarchia secondo la quale mercificare la gradevolezza di una figura femminile sia più grave che mercificare la fatica di un operaio o l’ingegno di un intellettuale subalterno.
Più in generale: è molto strano che un dono naturale come la bellezza sia giudicato meno nobile di un dono naturale come l’intelligenza. E non trascuriamo le arti d’amore, grazie alle quali (gossip!) qualche signora non stupenda ha rischiato/rischia di diventare regina d’Inghilterra. Quarant’anni fa ero a New York, al Village, dove le più famose femministe dell’epoca guidavano un congresso contro l’abietta condizione delle prostitute. Salirono sul palco due mignotte e dissero fieramente: “Noi guadagniamo in mezz’ora quello che voi, segretarie o impiegate, guadagnate in un mese. E al capo dovete dare tutto: obbedienza, cervello, sorrisi. E forse qualche altra cosa, gratis”.
In democrazia, molti possono aspirare al successo, e anche il bell’aspetto e il fascino sono atout per raggiungerlo. Ma ciò non è frutto dell’attuale decadenza. Tra i maschi antichi ricordo il conte di Essex, Bel Ami, Julien Sorel. Tra le femmine, centinaia di “favorite”, capaci di conquistare corone e rendite ereditarie. Nemmeno le nostre istituzioni più nobili disdegnarono di servirsi di una contessa di Castiglione, per promuovere la Causa che oggi celebriamo, dopo 150 anni.

I moralisti del Palashar...k


Belle anime del Palasharp, la vostra mancanza di vita è inescusabile

Al Palasharp di Milano, contro il populismo rozzo e grintoso dei berluscones, è sceso in campo per Libertà & Giustizia il moralismo dei ricchi veri, cioè l’azionismo, ma quello di oggi, quello senza alcuna gloria e solo con molto pennacchio, quello dei finti perseguitati, quello degli scrittori billionaires che dicono di andare a letto tardi, sì, “ma solo perché leggo Kant” (così ha specificato Umberto Eco ammiccando con una battuta miserabile a una platea di devoti preoccupati dell’onore dell’Italia e della brutta figura che si fa all’estero). E che orrore la fosca antropologia di Zagrebelsky, una caricatura lagnosa, saccente, falsamente mite e professorale, la voce chioccia e la perfidia negli occhi, della giovinezza squinternata, un po’ folle, ma viva di un Gobetti. “Niente per noi, tutto per tutti”: uno slogan riferito al trionfo liberale dello stato di diritto e della cittadinanza costituzionale, ma nella bocca di questi bardi delle intercettazioni e della magistratura militante, e in associazione con il cattolicesimo reazionario e sessuofobico di uno Scalfaro, un passaparola ideologicamente totalitario. No, miei cari: vogliamo qualcosa per noi e per gli altri, non abbiamo orrore dello scambio e del denaro, ci fa senso il vostro disgusto per la bigiotteria galante di Arcore, e ciò che è “tutto per tutti” sa di stato totalitario, sa di regime della virtù, sa di marcio. Torino è una città che ho molto amato, ma il succo del suo famoso giansenismo è così tremendamente condito di ipocrisia, e questa ipocrisia è così perfettamente rappresentata dal timbro vocale, dalla tonalità e dall’inflessione piccolo dialettale di Zagrebelsky che in fondo in fondo preferisco la banda Cavallero. Per fortuna – e so di dirla grossa per molti lettori – quel mondo ha prodotto anche i Violante, persone di razza che ne hanno fatte più di Carlo in Francia ma non si abbasserebbero mai a scrutare condiscendenti e morbosi i giorni, le notti e le vite degli altri.

    Non ho parole per descrivere il timore e il tremore che mi hanno provocato le altre esibizioni dal palco del Palasharp, la telefonata mediocre di Ginsborg, le banalità di Saviano, e che delusione la Camusso a rapporto dai suoi nemici di classe. Per un momento ho pensato che vorrei leggere nelle vite di questa brava gente impeccabile, vorrei intercettare questi censori moralmente al di sopra della comune umanità italiana, saggiare le anime e i peccati di questi ottimati che vogliono sradicare Berlusconi fornicatore per “andare oltre”, come dicono, e organizzare il lavacro del paese profano e sporcaccione che siamo. Ma subito mi sono vergognato anche solo di aver pensato di comportarmi come loro. E mi ha raggiunto, per il mio e per il vostro benessere spirituale, il messaggio mail di un amico da Milano, una citazione di Ralph Waldo Emerson che riguarda anche Berlusconi e le sue nottate: “E ho tutto sommato l’impressione che dove ci sia una grande ricchezza di vita, sebbene intrisa di grossolanità e di peccato, lì troveremo anche l’argine e la purificazione, e alla fine si scoverà un’armonia con le leggi morali” (1). La pazzia di Berlusconi sarà in qualche modo riscattata, belle anime azioniste, la vostra mancanza di vita è inescusabile.

(1) “And we have a certain instinct, that where is great amount of life, though gross and peccant, it has its own checks and purifications, and will be found at last in harmony with moral laws”
(G. Ferrara)

Fini, il futuro e le ...palle di vetro.



15 febbraio 2011

Dare addosso all’onorevole Gianfranco Fini sembra diventato lo sport nazionale. L’uomo che doveva salvare il paese viene da un po’ di tempo sballonzolato come un pupazzo. Se qualcuno si sente infelice, trova consolazione nell’espressione di Fini, la quale assomiglia ormai in permanenza a quella di un cocker. Se c’è un guaio in famiglia, “ma pensa a Fini!”, ci si dice, e si ha come l’impressione che passi. Se, per senso di responsabilità verso le istituzioni, lui evita di fare il capo-partito, lo pigliano per il culo. Se tiene in tasca un fazzoletto con due nodi, legalità e giustizia, lo accusano di averli fatti troppo tardi. Se accenna alla possibilità di poter votare col Pd, viene schernito per l’incoerenza, se afferma il contrario, per l’incongruenza, se non dice niente, gli ricordano che è il secondo di Casini. Tutto questo è ingiusto. E’ vero, adesso ha troppe cose da fare. Ma l’onorevole Fini, come ci spiegaste a lungo, resta uno dei pochi dirigenti politici con la capacità di vedere il futuro. QUANDO NON SCORDA DI FARSI LEGGERE LA MANO.

lunedì 14 febbraio 2011

Il Fatto Quotidiano insiste con la povera contadinella



Virginia Sanjust di Teulada: 

"Ma io venivo dalla campagna, non sono riuscita ad avere padronanza degli eventi. ... Venne fuori che avevo difficoltà economiche. ... Ho vissuto in casa sua, a Campo dei Fiori: gli avevo chiesto io di comprarla."
DIO MIO, CHE PENA: POVERA RAGAZZA DI CAMPAGNA!
E CHE PENA ANCHE VOI DEL FATTO, CHE PUBBLICATE INTERVISTE DEL GENERE!

DISTIMIA antica. Dino Menichini


La vita ha i suoi perché:
se triste sono in cuore
una ragione c'é.
Nascondo in me un amore:
ma é come una finestra
che piú non abbia
lumi, o come una
ginestra cui l'oro si consumi.
L'anima ho confessata
e ho strana gelosia:
non ti possiedo,
amata, non sei piú solo mia.
Sapeste ora come
duole la mia ferita!
Tristezza ho senza nome.
Ha i suoi perché la












d
Dino Menichini

Senza pa...role.

Fallo godere!

Eravamo tante, davvero.

A dire la nostra differenza (bellissimo il discorso della Bocchetti: gli uomini non sanno fare a meno del potere, sono seduti sulla loro fortuna, sono seduti sulla loro poltrona). A dire la nostra volontà di ripulire questo paese dalla feccia. A dire che feccia sono Berlusconi e i suoi cinici sostenitori ( che cosa non si fa per uno stipendio, un privilegio, una poltrona!), non la ragazzetta che usa l’unico potere concesso alle donne, quello di far godere un uomo. Anche se non ti piace, anche se non lo ami, anche se ti fa schifo. Perché, porca miseria, è lì il problema: il potere, noi, non l’abbiamo mai perseguito. Le più fragili si accontentano del potere di suscitare desiderio. Esercitare il potere non ci piace. Preferiamo altre emozioni. Forse, se le cose continuano a precipitare, toccherà darcelo come obbiettivo. Conquistare il potere, proprio noi che non lo amiamo. Conquistarlo per tutte. Gestirlo in modo opposto. Come uno strumento per fare, non come un gigantesco fallo che fa godere solo chi lo possiede.

(L. Ravera)

Tgmissitalia

A Bianca Berlinguer non piace che quella furbona della Minetti dica che per le donne la bellezza è una forza. Ce lo dimostri mettendo in video al TG una giornalista brutta.
Vittorio Tgmissitalia InFeltrito ImBelpietrito

All'attacco!

Il Re, non solo metaforicamente, è nudo. Inutile però illudersi. Il presidente del Consiglio non si dimetterà. Non lo farà ora. Per costringerlo a lasciare ci vorranno molti altri 13 febbraio, molte altre piazze, e una finalmente chiara richiesta di elezioni anticipate. Solo così chi in Parlamento milita al fianco di Berlusconi- non per lealtà, ma per interesse – azzarderà due calcoli. E comincerà a capire che reggere il sempre più pesante trono di un vecchio Sultano in agonia non conviene. Perché al momento dell’inevitabile caduta tutta la corte finirà travolta.
(P. Gomez)

Il Cav. Infoiato, più che altro, ha fatto male a se stesso

REATI IMPROBABILI
Ora una rinnovata normalità - è il messaggio - dovrebbe ricominciare da un’inchiesta per due reati oggettivamente improbabili (senza vittime, senza parti lese) che facciano cadere il presidente del Consiglio dopo 17 anni di tentativi infruttuosi, il tutto condito con una macro-campagna diffamatoria sulle abitudini ludiche e sessuali del Premier. Ecco, il messaggio di ieri era questo: non ci riuscirete, non provateci neanche, ve lo diamo noi il bunga bunga.
(F. Facci)

Io mi dimetto se...

Su, moriamo abbracciati. È questa la proposta costruttiva che Fini ha saputo fare a Berlusconi, come quegli uxoricidi-suicidi. Io mi dimetto se tu ti dimetti, dice Fini, ma dietro il kamikaze si nasconde il furbetto: se si dimette Berlusconi si va alle urne, le Camere si sciolgono e loro, i presidenti, vanno comunque a casa. Il suo appello sa di falso. E pure di indecente, quando si appella all’etica.
La parabola incresciosa di Fini sembra quella di un Nicolazzi della Seconda Repubblica. Chi di voi ricorda Nicolazzi, uno degli ultimi segretari del sole malato, come da noi a Sud si chiamava l’estrema stagione del Partito socialdemocratico? Forse nessuno, ed è una ragione in più per accostarlo alla parabola di Fini. Un alleato minore, di basso profilo. La parabola di Fini ricorda quasi un racconto di Buzzati: da direttore a vice, da vice a impiegato, da impiegato a usciere. Da delfino di Berlusconi a vice di Casini, da leader della destra a iscritto del partito di Bocchino, da riferimento per un terzo degli italiani a riferimento per un trentesimo dei medesimi, stando alle previsioni a lui favorevoli. Fini somiglia davvero a Mariotto Segni, che, come tutti dissero, vinse la lotteria ma perse il biglietto vincente. Al di là dei suoi meriti, Fini era destinato per la legge del vuoto e del video a diventare l’erede di Berlusconi. Era stato con lui per sedici anni e la sua scelta di sciogliere An e di confluire, di malavoglia, nel Popolo della libertà, diversamente da Casini, lasciava intuire un ragionamento: stringo i denti perché poi toccherà a me. Certo, non tutti sarebbero stati d’accordo, a cominciare dalle Lega, ma il numero 2 del Pdl, anche nei sondaggi, era comunque il favorito. Anche perché si era tolto di mezzo il concorrente diretto, Casini. E invece cominciò a rendere vistosa e radicale la sua opposizione interna. Attacchi inconcepibili da chi aveva sottoscritto tutto quel che fino allora si era fatto. Eccetto una critica, a mio parere fondata, all’evanescenza del Pdl, che poteva essere un buon punto di partenza per ricucire il dissidio, dandogli ragione e chiedendo a lui di occuparsi del partito, lasciando immune il governo e la leadership. Ma i due ormai non si sopportavano più e il lato personale prevalse sul calcolo politico. Ora la collocazione extraterrestre del Fli, il suo forzato alloggio in un seminterrato del Terzo polo, i suoi ondeggiamenti tra la sinistra e la ritirata, fotografano un partito avvitato nella tattica e incapace di strategia. Diviso in quattro-cinque correntine, peggio dei vecchi partitini, con Granata che gode perché così «ci liberiamo della zavorra»: ma sì, continuate a liberarvi della zavorra, fino alla scissione finale, quella dell’atomo. Il distacco di alcuni intellettuali lo conferma; ma anche il giudizio critico che della creatura finiana danno tutti i più significativi esponenti della destra pensante e della nuova destra. I più motivati del Fli, e vorrei dire i migliori, sono tutti di estrazione antifiniana, exrautiani, vecchi seguaci della nuova destra, tardivi sessantottini, trentennali sognatori di andare al di là della destra e della sinistra... C’è chi spolvera un nemico storico di Fini, il grande Beppe Niccolai, e lo usa per dare nobiltà al rancore; chi si impossessa di Giano Accame che con Fini non ha nulla da spartire, c’è chi ruba a Giorgio Pisanò la definizione di fascismo e libertà e viene elogiato dal Corriere della sera; c’è chi scippa a Generoso Simeone la paternità dei campi hobbit degli anni Settanta... E c’è persino chi aderisce a Fini nel nome di colui che è dal profilo umano, etico e ideale la sua Antitesi Radicale: Berto Ricci... Tutto un piccolo mondo antifiniano che, approfittando della proverbiale vacuità del suo leader, crede di poter riempire la scatola vuota finiana di ciò che a loro piace. Tra loro c’è anche gente di qualità e in buona fede, che identifica il berlusconismo con l’americanizzazione, il consumismo, il degrado del tempo nostro e lo avversa. Ma combattere una battaglia di civiltà sotto Fini, con Casini e Rutelli, e inevitabilmente dentro la santa alleanza antiberlusconiana, con Vendola e Bersani, con Di Pietro e Santoro, e contro un popolo misto ma nel complesso destrorso, mi pare una follìa. Le scelte realiste, dal loro punto di vista, a me sembrano due: proiettarsi nel futuro, e lavorare nel centro-destra perché dopo Berlusconi vi sia una presenza significativa di quelle idee che An di Fini non ha saputo rappresentare. O ritirarsi dalla politica perché il degrado è generale e non lascia speranze. Ma scegliere Fini, liquidatore di tutte le destre e manovrato da loschi burattinai, ieri alleato del Male Berlusconiano e oggi complice del Peggio Antiberlusconiano, mi pare idiota. Fini persegue un suo disegno e un suo rancore personale. Lasciatelo friggere. Quando parlava Fini è salito un mitomane sul palco. Ho avuto l’impressione che i mitomani sul palco fossero due.
(M. Veneziani)

domenica 13 febbraio 2011

DISTIMIA. La malinconia per Claudio Magris


Malinconia

Ha percorso tutta l' arte dell' Occidente diventando una cifra della Modernità Una mostra a Verona esplora da sabato questo stato d' animo Fede e sesso ai tempi dell' «umore nero» Sulle labbra di Cléo, l' ombra del disincanto

N ella Malinconia di Dürer, ha scritto Walter Benjamin, «gli arnesi della vita attiva se ne stanno inutilizzati al suolo, oggetti di un vano rimuginare». Per il malinconico, le cose sono enigmatiche, irrelate, ognuna isolata in se stessa, prive di autentico significato, perché egli non le guarda con quell' affettività, quel desiderio, quella confidenza che danno loro calore e le rendono familiari, amiche delle mani che le toccano e le lavorano, elementi della vita - come le stagioni, nel cui ripetersi ci si può inserire con armonia, mentre per il malinconico esso è solo un inutile sfiorire e svanire. La malinconia - osservava Goethe - è l' incapacità di amare la ripetizione che scandisce la nostra esistenza (le stagioni, il giorno e la notte, le incombenze e abitudini quotidiane, il succedersi delle generazioni) e di godere le innumerevoli e sorprendenti variazioni che ogni apparente ripetizione giornaliera, in realtà sempre nuova e avventurosa, contiene. La malinconia percepisce invece lo scorrere e il ripetersi come un' infinita monotonia, lo stillare di secondi e minuti sempre uguali nel vuoto. La malinconia è una tristezza che non sa precisare il proprio oggetto e la propria causa; avverte intensamente la perdita di qualcosa senza poter dire di che cosa. Ha a che fare con l' accidia, con l' oziosa e compiaciuta mancanza di desiderio, di progetto, di azione, è dunque vicina al peccato e al vizio, anzi ad uno dei vizi capitali. Lo sapevano i monaci medioevali che venivano messi in guardia dalla tentazione dell' «acedia», dalle lusinghe della depressione malinconica, che il Nemico insinuava loro nella spossatezza dell' ora meridiana, che fiacca le energie e stimola fantasie perverse. La malinconia non solo non può definire la mancanza di cui soffre, ma nemmeno vuole farlo, perché si compiace e si nutre di quella perdita indefinibile e della sua indefinibilità, si crogiola del proprio voluttuoso tormento; il tormento non vuole elaborare il lutto, bensì protrarlo senza limiti. Il malinconico è anche un falsario, diceva Kierkegaard, secondo il quale era la perdita di Dio ossia di un valore centrale e unificante a impedire di vedere la connessione significativa delle cose, il senso e l' unità della vita, e a indurre alla malinconia. Per i monaci questa era un peccato, che implicava pure la sessualità; una sessualità indistinta, un pulviscolo di pulsioni che riluttano a determinare il proprio oggetto, a indirizzarsi a una scelta forte e precisa, e si aprono con ciò alla seduzione del perverso, di cui la malinconia - come testimonia, attraverso i secoli e soprattutto nella modernità, tanta grande letteratura - è un' esperta maestra e iniziatrice. L' eros e la fede, le due esperienze radicali dello scandalo di esistere, sanno molto bene cosa sia la malinconia, quell' «umore nero» che, secondo gli antichi, il corpo di qualcuno secerne più di quello di un altro, determinando il suo temperamento. Questa vecchia teoria contiene una grande intuizione, non a caso elaborata dal pensiero antico, sebbene pure le grandi religioni - diceva Chesterton - siano caratterizzate da un «genuino materialismo»: il rapporto o meglio l' identità di ciò che chiamiamo spirito e di ciò che chiamiamo materia, due facce della stessa medaglia, la passione per una persona amata indistinguibile dall' espressione che essa stampa su un volto e dal meccanismo psicofisico che forma quell' espressione, che è quell' espressione. La fede che, come sta scritto, smuove le montagne, è un' energia, un modo di essere di tutta la persona. Perciò Singer, in un suo romanzo, scrive che «l' abbattimento è a un passo dal diniego» - della vita, del suo significato, di Dio. La tradizione ebraica - specie quella orientale chassidica - ha condannato la malinconia quale perdita di fede che esaurisce la vitalità, l' eros, e ha celebrato il valore religioso dell' allegrezza, del sesso, del riso quale imperturbabile resistenza alla distruzione, come rivelano tante indimenticabili storielle ebraiche, esilaranti pur nella tragedia. Si racconta che il santo e pio rabbi David di Lelow dicesse in punto di morte: «Io rido di Dio, perché ho accettato il suo mondo com' è». Anche se ha radici antiche e implicazioni religiose, oltre ad un' inseparabile dimensione clinica, la malinconia è soprattutto una categoria, un modo di essere, una poesia del Moderno, che nasce segnato dalla consapevolezza di un peccato originale, di una perdita indefinibile - non di Dio ma forse della «vita vera», o meglio del sentimento di poterla attingere. Forse nessuno l' ha espresso come Baudelaire, il Dante del Moderno, con la malinconia della metamorfosi di Parigi nei «Fiori del male», ma quasi tutta la letteratura europea degli ultimi due secoli ne è pervasa. Essa è marcata dall' incalzare della temporalità, del tempo il cui scorrere nel nulla è disillusione, come nell' «Educazione sentimentale» di Flaubert e in tanti altri capolavori (narrativi, poetici, e negli ultimi decenni soprattutto saggistici) che devono la loro grandezza all' intensità con cui hanno rappresentato, analizzato e fatto sentire la malinconia della vita, tema fondamentale di tutte le arti, dalla pittura alla musica. La malinconia non è solo depressione psichica o tristezza tortuosa e morbosamente accarezzata. La fugacità e l' imperfezione della nostra vita ne fanno una corda fondamentale dell' animo, anche di chi vorrebbe assomigliare piuttosto al rabbi David di Lelow che ai monaci inclini al demone meridiano. Nessuna vita e nessuna poesia della vita possono ignorare la malinconia, la caducità del tempo che passa, ciò che sempre manca in ogni felicità e in ogni amore anche felice, il corrompersi delle cose e dei sentimenti anche più puri, il disincanto, l' incessante alterarsi e svanire. L' amore, ha scritto Charles-Louis Philippe, è tutto ciò che non si ha; questa mancanza può essere vissuta non necessariamente con voluttà masochista, ma con un senso forte - classico, antico - dell' inevitabile scompenso che c' è fra il cuore ed il mondo, così come per il teologo Romano Guardini la malinconia è il senso di un' insufficienzaterrena che può portare a Dio. Non c' è incanto senza consapevolezza e non c' è consapevolezza senza malinconia. Un secolo fa un cultore di fisiognomica, descrivendo la bellissima bocca di Cléo de Mérode, grande attrice e grande amante, notava che, col passare degli anni, intorno a quella bocca si era disegnata come un' ombra di malinconia. Forse, così, era ancora più bella
Magris Claudio
Pagina 61
(22 marzo 2007) - Corriere della Sera

giovedì 10 febbraio 2011

Dottor Di Pietro e Dottoressa Tommasi

La laurea di Di Pietro faceva pensare che l'Università andava riformata. Quella della Tommasi è la conferma.
Vittorio Gelmino InFeltrito ImBelpietrito