DiStImIcAmEnTe





QUANDO FU NON RICORDO,
MA VENNI PRESO UN GIORNO
DAL DESIDERIO D'UNA VITA VAGABONDA,
DANDOMI AL DESTINO D'UNA NUVOLA
CHE NAVIGA NEL VENTO,
SOLITARIA.
(Basho)

...ma ora...

STO DIVENTANDO VECCHIO.
UN SEGNO INEQUIVOCABILE E' CHE
LE NOVITA' NON MI APPAIONO INTERESSANTI
NE' SORPRENDENTI.
SON POCO PIU' CHE TIMIDE VARIAZIONI
DI QUEL CHE E' GIA' STATO.
(Borges)

lunedì 14 febbraio 2011

Senza pa...role.

Fallo godere!

Eravamo tante, davvero.

A dire la nostra differenza (bellissimo il discorso della Bocchetti: gli uomini non sanno fare a meno del potere, sono seduti sulla loro fortuna, sono seduti sulla loro poltrona). A dire la nostra volontà di ripulire questo paese dalla feccia. A dire che feccia sono Berlusconi e i suoi cinici sostenitori ( che cosa non si fa per uno stipendio, un privilegio, una poltrona!), non la ragazzetta che usa l’unico potere concesso alle donne, quello di far godere un uomo. Anche se non ti piace, anche se non lo ami, anche se ti fa schifo. Perché, porca miseria, è lì il problema: il potere, noi, non l’abbiamo mai perseguito. Le più fragili si accontentano del potere di suscitare desiderio. Esercitare il potere non ci piace. Preferiamo altre emozioni. Forse, se le cose continuano a precipitare, toccherà darcelo come obbiettivo. Conquistare il potere, proprio noi che non lo amiamo. Conquistarlo per tutte. Gestirlo in modo opposto. Come uno strumento per fare, non come un gigantesco fallo che fa godere solo chi lo possiede.

(L. Ravera)

Tgmissitalia

A Bianca Berlinguer non piace che quella furbona della Minetti dica che per le donne la bellezza è una forza. Ce lo dimostri mettendo in video al TG una giornalista brutta.
Vittorio Tgmissitalia InFeltrito ImBelpietrito

All'attacco!

Il Re, non solo metaforicamente, è nudo. Inutile però illudersi. Il presidente del Consiglio non si dimetterà. Non lo farà ora. Per costringerlo a lasciare ci vorranno molti altri 13 febbraio, molte altre piazze, e una finalmente chiara richiesta di elezioni anticipate. Solo così chi in Parlamento milita al fianco di Berlusconi- non per lealtà, ma per interesse – azzarderà due calcoli. E comincerà a capire che reggere il sempre più pesante trono di un vecchio Sultano in agonia non conviene. Perché al momento dell’inevitabile caduta tutta la corte finirà travolta.
(P. Gomez)

Il Cav. Infoiato, più che altro, ha fatto male a se stesso

REATI IMPROBABILI
Ora una rinnovata normalità - è il messaggio - dovrebbe ricominciare da un’inchiesta per due reati oggettivamente improbabili (senza vittime, senza parti lese) che facciano cadere il presidente del Consiglio dopo 17 anni di tentativi infruttuosi, il tutto condito con una macro-campagna diffamatoria sulle abitudini ludiche e sessuali del Premier. Ecco, il messaggio di ieri era questo: non ci riuscirete, non provateci neanche, ve lo diamo noi il bunga bunga.
(F. Facci)

Io mi dimetto se...

Su, moriamo abbracciati. È questa la proposta costruttiva che Fini ha saputo fare a Berlusconi, come quegli uxoricidi-suicidi. Io mi dimetto se tu ti dimetti, dice Fini, ma dietro il kamikaze si nasconde il furbetto: se si dimette Berlusconi si va alle urne, le Camere si sciolgono e loro, i presidenti, vanno comunque a casa. Il suo appello sa di falso. E pure di indecente, quando si appella all’etica.
La parabola incresciosa di Fini sembra quella di un Nicolazzi della Seconda Repubblica. Chi di voi ricorda Nicolazzi, uno degli ultimi segretari del sole malato, come da noi a Sud si chiamava l’estrema stagione del Partito socialdemocratico? Forse nessuno, ed è una ragione in più per accostarlo alla parabola di Fini. Un alleato minore, di basso profilo. La parabola di Fini ricorda quasi un racconto di Buzzati: da direttore a vice, da vice a impiegato, da impiegato a usciere. Da delfino di Berlusconi a vice di Casini, da leader della destra a iscritto del partito di Bocchino, da riferimento per un terzo degli italiani a riferimento per un trentesimo dei medesimi, stando alle previsioni a lui favorevoli. Fini somiglia davvero a Mariotto Segni, che, come tutti dissero, vinse la lotteria ma perse il biglietto vincente. Al di là dei suoi meriti, Fini era destinato per la legge del vuoto e del video a diventare l’erede di Berlusconi. Era stato con lui per sedici anni e la sua scelta di sciogliere An e di confluire, di malavoglia, nel Popolo della libertà, diversamente da Casini, lasciava intuire un ragionamento: stringo i denti perché poi toccherà a me. Certo, non tutti sarebbero stati d’accordo, a cominciare dalle Lega, ma il numero 2 del Pdl, anche nei sondaggi, era comunque il favorito. Anche perché si era tolto di mezzo il concorrente diretto, Casini. E invece cominciò a rendere vistosa e radicale la sua opposizione interna. Attacchi inconcepibili da chi aveva sottoscritto tutto quel che fino allora si era fatto. Eccetto una critica, a mio parere fondata, all’evanescenza del Pdl, che poteva essere un buon punto di partenza per ricucire il dissidio, dandogli ragione e chiedendo a lui di occuparsi del partito, lasciando immune il governo e la leadership. Ma i due ormai non si sopportavano più e il lato personale prevalse sul calcolo politico. Ora la collocazione extraterrestre del Fli, il suo forzato alloggio in un seminterrato del Terzo polo, i suoi ondeggiamenti tra la sinistra e la ritirata, fotografano un partito avvitato nella tattica e incapace di strategia. Diviso in quattro-cinque correntine, peggio dei vecchi partitini, con Granata che gode perché così «ci liberiamo della zavorra»: ma sì, continuate a liberarvi della zavorra, fino alla scissione finale, quella dell’atomo. Il distacco di alcuni intellettuali lo conferma; ma anche il giudizio critico che della creatura finiana danno tutti i più significativi esponenti della destra pensante e della nuova destra. I più motivati del Fli, e vorrei dire i migliori, sono tutti di estrazione antifiniana, exrautiani, vecchi seguaci della nuova destra, tardivi sessantottini, trentennali sognatori di andare al di là della destra e della sinistra... C’è chi spolvera un nemico storico di Fini, il grande Beppe Niccolai, e lo usa per dare nobiltà al rancore; chi si impossessa di Giano Accame che con Fini non ha nulla da spartire, c’è chi ruba a Giorgio Pisanò la definizione di fascismo e libertà e viene elogiato dal Corriere della sera; c’è chi scippa a Generoso Simeone la paternità dei campi hobbit degli anni Settanta... E c’è persino chi aderisce a Fini nel nome di colui che è dal profilo umano, etico e ideale la sua Antitesi Radicale: Berto Ricci... Tutto un piccolo mondo antifiniano che, approfittando della proverbiale vacuità del suo leader, crede di poter riempire la scatola vuota finiana di ciò che a loro piace. Tra loro c’è anche gente di qualità e in buona fede, che identifica il berlusconismo con l’americanizzazione, il consumismo, il degrado del tempo nostro e lo avversa. Ma combattere una battaglia di civiltà sotto Fini, con Casini e Rutelli, e inevitabilmente dentro la santa alleanza antiberlusconiana, con Vendola e Bersani, con Di Pietro e Santoro, e contro un popolo misto ma nel complesso destrorso, mi pare una follìa. Le scelte realiste, dal loro punto di vista, a me sembrano due: proiettarsi nel futuro, e lavorare nel centro-destra perché dopo Berlusconi vi sia una presenza significativa di quelle idee che An di Fini non ha saputo rappresentare. O ritirarsi dalla politica perché il degrado è generale e non lascia speranze. Ma scegliere Fini, liquidatore di tutte le destre e manovrato da loschi burattinai, ieri alleato del Male Berlusconiano e oggi complice del Peggio Antiberlusconiano, mi pare idiota. Fini persegue un suo disegno e un suo rancore personale. Lasciatelo friggere. Quando parlava Fini è salito un mitomane sul palco. Ho avuto l’impressione che i mitomani sul palco fossero due.
(M. Veneziani)

domenica 13 febbraio 2011

DISTIMIA. La malinconia per Claudio Magris


Malinconia

Ha percorso tutta l' arte dell' Occidente diventando una cifra della Modernità Una mostra a Verona esplora da sabato questo stato d' animo Fede e sesso ai tempi dell' «umore nero» Sulle labbra di Cléo, l' ombra del disincanto

N ella Malinconia di Dürer, ha scritto Walter Benjamin, «gli arnesi della vita attiva se ne stanno inutilizzati al suolo, oggetti di un vano rimuginare». Per il malinconico, le cose sono enigmatiche, irrelate, ognuna isolata in se stessa, prive di autentico significato, perché egli non le guarda con quell' affettività, quel desiderio, quella confidenza che danno loro calore e le rendono familiari, amiche delle mani che le toccano e le lavorano, elementi della vita - come le stagioni, nel cui ripetersi ci si può inserire con armonia, mentre per il malinconico esso è solo un inutile sfiorire e svanire. La malinconia - osservava Goethe - è l' incapacità di amare la ripetizione che scandisce la nostra esistenza (le stagioni, il giorno e la notte, le incombenze e abitudini quotidiane, il succedersi delle generazioni) e di godere le innumerevoli e sorprendenti variazioni che ogni apparente ripetizione giornaliera, in realtà sempre nuova e avventurosa, contiene. La malinconia percepisce invece lo scorrere e il ripetersi come un' infinita monotonia, lo stillare di secondi e minuti sempre uguali nel vuoto. La malinconia è una tristezza che non sa precisare il proprio oggetto e la propria causa; avverte intensamente la perdita di qualcosa senza poter dire di che cosa. Ha a che fare con l' accidia, con l' oziosa e compiaciuta mancanza di desiderio, di progetto, di azione, è dunque vicina al peccato e al vizio, anzi ad uno dei vizi capitali. Lo sapevano i monaci medioevali che venivano messi in guardia dalla tentazione dell' «acedia», dalle lusinghe della depressione malinconica, che il Nemico insinuava loro nella spossatezza dell' ora meridiana, che fiacca le energie e stimola fantasie perverse. La malinconia non solo non può definire la mancanza di cui soffre, ma nemmeno vuole farlo, perché si compiace e si nutre di quella perdita indefinibile e della sua indefinibilità, si crogiola del proprio voluttuoso tormento; il tormento non vuole elaborare il lutto, bensì protrarlo senza limiti. Il malinconico è anche un falsario, diceva Kierkegaard, secondo il quale era la perdita di Dio ossia di un valore centrale e unificante a impedire di vedere la connessione significativa delle cose, il senso e l' unità della vita, e a indurre alla malinconia. Per i monaci questa era un peccato, che implicava pure la sessualità; una sessualità indistinta, un pulviscolo di pulsioni che riluttano a determinare il proprio oggetto, a indirizzarsi a una scelta forte e precisa, e si aprono con ciò alla seduzione del perverso, di cui la malinconia - come testimonia, attraverso i secoli e soprattutto nella modernità, tanta grande letteratura - è un' esperta maestra e iniziatrice. L' eros e la fede, le due esperienze radicali dello scandalo di esistere, sanno molto bene cosa sia la malinconia, quell' «umore nero» che, secondo gli antichi, il corpo di qualcuno secerne più di quello di un altro, determinando il suo temperamento. Questa vecchia teoria contiene una grande intuizione, non a caso elaborata dal pensiero antico, sebbene pure le grandi religioni - diceva Chesterton - siano caratterizzate da un «genuino materialismo»: il rapporto o meglio l' identità di ciò che chiamiamo spirito e di ciò che chiamiamo materia, due facce della stessa medaglia, la passione per una persona amata indistinguibile dall' espressione che essa stampa su un volto e dal meccanismo psicofisico che forma quell' espressione, che è quell' espressione. La fede che, come sta scritto, smuove le montagne, è un' energia, un modo di essere di tutta la persona. Perciò Singer, in un suo romanzo, scrive che «l' abbattimento è a un passo dal diniego» - della vita, del suo significato, di Dio. La tradizione ebraica - specie quella orientale chassidica - ha condannato la malinconia quale perdita di fede che esaurisce la vitalità, l' eros, e ha celebrato il valore religioso dell' allegrezza, del sesso, del riso quale imperturbabile resistenza alla distruzione, come rivelano tante indimenticabili storielle ebraiche, esilaranti pur nella tragedia. Si racconta che il santo e pio rabbi David di Lelow dicesse in punto di morte: «Io rido di Dio, perché ho accettato il suo mondo com' è». Anche se ha radici antiche e implicazioni religiose, oltre ad un' inseparabile dimensione clinica, la malinconia è soprattutto una categoria, un modo di essere, una poesia del Moderno, che nasce segnato dalla consapevolezza di un peccato originale, di una perdita indefinibile - non di Dio ma forse della «vita vera», o meglio del sentimento di poterla attingere. Forse nessuno l' ha espresso come Baudelaire, il Dante del Moderno, con la malinconia della metamorfosi di Parigi nei «Fiori del male», ma quasi tutta la letteratura europea degli ultimi due secoli ne è pervasa. Essa è marcata dall' incalzare della temporalità, del tempo il cui scorrere nel nulla è disillusione, come nell' «Educazione sentimentale» di Flaubert e in tanti altri capolavori (narrativi, poetici, e negli ultimi decenni soprattutto saggistici) che devono la loro grandezza all' intensità con cui hanno rappresentato, analizzato e fatto sentire la malinconia della vita, tema fondamentale di tutte le arti, dalla pittura alla musica. La malinconia non è solo depressione psichica o tristezza tortuosa e morbosamente accarezzata. La fugacità e l' imperfezione della nostra vita ne fanno una corda fondamentale dell' animo, anche di chi vorrebbe assomigliare piuttosto al rabbi David di Lelow che ai monaci inclini al demone meridiano. Nessuna vita e nessuna poesia della vita possono ignorare la malinconia, la caducità del tempo che passa, ciò che sempre manca in ogni felicità e in ogni amore anche felice, il corrompersi delle cose e dei sentimenti anche più puri, il disincanto, l' incessante alterarsi e svanire. L' amore, ha scritto Charles-Louis Philippe, è tutto ciò che non si ha; questa mancanza può essere vissuta non necessariamente con voluttà masochista, ma con un senso forte - classico, antico - dell' inevitabile scompenso che c' è fra il cuore ed il mondo, così come per il teologo Romano Guardini la malinconia è il senso di un' insufficienzaterrena che può portare a Dio. Non c' è incanto senza consapevolezza e non c' è consapevolezza senza malinconia. Un secolo fa un cultore di fisiognomica, descrivendo la bellissima bocca di Cléo de Mérode, grande attrice e grande amante, notava che, col passare degli anni, intorno a quella bocca si era disegnata come un' ombra di malinconia. Forse, così, era ancora più bella
Magris Claudio
Pagina 61
(22 marzo 2007) - Corriere della Sera

giovedì 10 febbraio 2011

Dottor Di Pietro e Dottoressa Tommasi

La laurea di Di Pietro faceva pensare che l'Università andava riformata. Quella della Tommasi è la conferma.
Vittorio Gelmino InFeltrito ImBelpietrito


Sara Tommasi. Laurea e Master.

Sara Tommasi intervistata: "Come conquisti un uomo?" "Faccio come Monica Lewinski".
Laurea con 110 e lode alla Bocchini. 
Master ad Arcore?
Vittorio Bocchiniano InFeltrito ImBelpietrito

DISTIMIA. La malinconia di De Chirico

Papi

Il PD e il papa straniero: De Benedetto XVII.
Vittorio Inconclave InFeltrito ImBelpietrito

DISTIMIA. Accidia, Malinconia, Depressione,

http://docs.google.com/viewer?a=v&q=cache:0v9fq97mxAAJ:www.alaaddin.it/allegati%2520pdf/Microsoft%2520Word%2520-%2520Akedia%2520presentazione%2520Firenze.pdf+malinconia,+shakespeare&hl=it&gl=it&pid=bl&srcid=ADGEEShwmo2_51sb8BgKdNzkB9D2eGZcxnPLD0s83sb4fYmmwzJZmduJ9DrnxV-OZhvKAev-6TfAtJLu0_v2tu1XHw95BTJtUYRMVEnFxo5U2qwaXKhBv46ioEQzIZnIFYPAUrqvBHiA&sig=AHIEtbSPiWaXzFi6_TW3H8N_lSFexPe5Ug&pli=1

F...uga di notizie

Le Procure diffondono verbali e sms delle escort. F...uga di notizie.
Vittorio ImBoccassato InFeltrito ImBelpietrito

F...ughe di notizie


E'
cute; i pm intercettano il telefono di una ragazza che, a corto di soldi o di successi, si concede a chi è in grado di pagarla? Una donna non può più decidere come passare il proprio tempo e se del caso di farselo remunerare da chi vuole? E come mai si trascrivono gli sms che questa invia, se sia lei che i destinatari non sono indagati e nei testi non c’è ombra di reati ma solo un’elencazione di fatti privati? La Costituzione non tutela la riservatezza della corrispondenza? E infine: qual è la ragione che spinge i magistrati a dare in pasto ai giornali i deliri ad alto tasso confusionale di una giovane anche se non hanno alcuna relazione con l’indagine che stanno conducendo? La risposta a tutti i quesiti è una sola: Berlusconi.
(M. Belpietro)

Senza pa...role.

Sara Tommasi dixit

Virginia Sanjust

Virginia Sanjust: "Ma io venivo dalla campagna". "Avevo delle difficoltà economiche". F...uga dalla campagna.
Vittorio Inurbato InFeltrito ImBelpietrito

PinocchiEzio

"Repubblica fa giornalismo, non politica", dice in un'intervista il suo direttore. L'undicesima bugia?
Vittorio PinocchiEzio InFeltrito InBelpietrito